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SUMMARY:Mariarosa Mariech: Archivi dell’underground italiano al Mart
DESCRIPTION:con Duccio Dogheria \n\n\n\n\n\nL’Archivio del ‘900 del Mart è riconosciuto dalla comunità scientifica internazionale per il suo straordinario patrimonio archivistico e librario dedicato al Futurismo\, alla critica d’arte\, all’architettura e alle neoavanguardie del secondo Novecento. Negli ultimi anni il Mart ha avviato un programma sistematico di acquisizioni per documentare l’estetica delle controculture italiane: un arco temporale che va dagli anni Sessanta ai primi anni Duemila\, dal Movimento beat al Luther Blissett Project\, attraversando gli Indiani metropolitani\, il punk e il cyberpunk. Qui presentati al pubblico per la prima volta nella loro complessità\, questi materiali includono raccolte di rara unicità nel panorama nazionale: le riviste underground degli anni Sessanta e Settanta del fondo Archivio di Nuova Scrittura\, un corpus eccezionale di fanzine musicali (donazioni Pautasso\, Piccolrovazzi e Assenzio)\, la documentazione integrale della prima mostra italiana dedicata alle fanzine (1984\, donata dal curatore Luciano Trevisan Fricchetti)\, manifesti di luoghi leggendari dell’hardcore punk come il Virus e l’Helter Skelter\, e gli archivi personali di Pablo Echaurren\, Giancarlo Pavanello\, Piermario Ciani\, Luther Blissett\, Gianluca Lerici alias Prof. Bad Trip. L’incontro sarà condotto da Duccio Dogheria\, responsabile degli archivi storici\, e Mariarosa Mariech\, responsabile della biblioteca del Mart. \n\n\n\n\n\n\n\nPablo Echaurren\, disegno dal quaderno Oask?! Facciamo un giornale anormale\, china su carta\, 1977. Mart\, Archivio del ‘900\, carte Pablo Echaurren. \n\n\n\nMariarosa Mariech \n\n\n\nMariarosa Mariech è laureata in Lettere\, indirizzo Moderno; ha lavorato presso la Soprintendenza provinciale occupandosi di fondi librari storici; dal 2005 lavora presso la Biblioteca del Mart che coordina in qualità di responsabile dal 2012. Ha curato nel corso del tempo vari progetti di Servizio civile\, accogliendo al contempo stagisti\, volontari e collaboratori esterni. \n\n\n\n\n\n\n\nArchivio Arte Contemporanea329 4828149https://www.stefanogiovanazzi.euinfo@stefanogiovanazzi.eu
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SUMMARY:Alessandro Armani: Memoriale Brion. Un capolavoro di Carlo Scarpa in un camposanto di paese
DESCRIPTION:Immerso nella campagna trevigiana\, un capolavoro dell’architettura del Novecento: un luogo di silenzio\, pace e armonia in cui culture e religioni diverse si fondono in un’esperienza memorabile. Il Memoriale Brion\, donato al FAI da Ennio e Donatella Brion\, fu commissionato nel 1969 dalla loro madre Onorina Brion Tomasin\, in memoria del marito defunto\, Giuseppe Brion\, nato a San Vito di Altivole\, fondatore e proprietario della Brionvega\, azienda di punta nella produzione di apparecchi elettronici di design del secondo Dopoguerra. Ultima opera di Carlo Scarpa\, tra le sue più complesse\, originali\, significative e care\, fu realizzato tra 1970 e 1978\, anno della morte dell’architetto in Giappone\, e ultimato sui suoi progetti: un patrimonio di 1500 disegni autografi che rappresentano il monumento in ogni minimo dettaglio. \n\n\n\nIl complesso funerario monumentale si trova immerso nella campagna trevigiana\, sullo sfondo delle colline di Asolo\, ai margini del paese di San Vito d’Altivole e a ridosso del suo piccolo camposanto\, da cui vi si accede attraverso un monumentale ingresso\, detto propilei\, caratterizzato da una scenografica apertura a forma di due cerchi intrecciati\, simbolo dell’amore coniugale su cui si fonda l’intero progetto. All’interno si estende un’area di 2200 mq\, rialzati rispetto al piano di campagna e cinti da un muro inclinato\, per consentire la vista del paesaggio circostante. Tra prati appena punteggiati di verde e solcati da canali con vasche coperte di ninfee\, disegnati in geometriche forme che rievocano paradisi islamici e giardini giapponesi\, sorgono quattro edifici. Il fulcro del complesso è il cosiddetto arcosolio\, un arco-ponte ribassato in cemento rivestito all’interno da un manto rilucente di tessere di vetro con retrostante foglia d’oro\, che protegge i sarcofagi dei due coniugi Giuseppe e Onorina Brion\, simbolicamente inclinati\, come eternamente protesi l’uno verso l’altra. Da un lato dello spazio sorge isolato sull’acqua un padiglione dedicato alla meditazione\, appositamente collocato in vista dell’arcosolio; dall’altro lato si trovano la cosiddetta tomba dei parenti e la cappella o tempietto per le cerimonie funebri\, accessibile anche dall’esterno del cimitero\, circondata dall’acqua e da un giardino di cipressi. In uno spazio defilato e discreto\, al confine tra il memoriale privato e il cimitero pubblico\, si trova\, infine\, la tomba dello stesso Carlo Scarpa\, che qui volle essere sepolto\, e che oggi ospita anche le spoglie di sua moglie Nini Lazzari\, realizzata dal loro figlio Tobia (con Fabio Lombardo)\, anch’egli architetto.  \n\n\n\nIl Memoriale Brion è un cimitero di famiglia\, cui il genio di Carlo Scarpa\, che qui si esprime con libertà di mezzi e linguaggi in uno straordinario virtuosismo\, sintesi e apice della sua cultura ed esperienza e della sua sensibilità e visione\, ha dato la forma e l’atmosfera di un grande giardino aperto a tutti\, luogo di silenzio\, pace e armonia\, pervaso da un profondo senso del sacro\, in cui si fondono\, attraverso le architetture dense di simboli sofisticati e riferimenti nascosti\, culture e religioni diverse\, per invitare chiunque la visiti a una riflessione universale sulla vita e sulla morte\, un’esperienza memorabile\, unica e coinvolgente. \n\n\n\nAlessandro Armani \n\n\n\nNato a Rovereto\, laureato in scienze dei beni culturali\, dal 2018 lavora per il FAI – Fondo per l’Ambiente Italiano inizialmente come direttore del Castello di Avio\, Avio\, Trentino-Alto Adige. Dal 2025 è responsabile Beni Nord Est della Fondazione. Responsabile Gestione Operativa FAI – Memoriale Brion\, Altivole\, Veneto\, opera matura di Carlo Scarpa\, e responsabile di Villa dei Vescovi\, Torreglia\, Veneto. \n\n\n\n\n\n\n\nArchivio Arte Contemporanea329 4828149https://www.stefanogiovanazzi.euinfo@stefanogiovanazzi.eu
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LOCATION:Palazzo Pizzini\, Piazza Malfatti\, 27\, Rovereto\, TN\, 38068\, Italy
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SUMMARY:Thomas Dalla Costa: Le Collezioni della Fondazione Museo Miniscalchi-Erizzo
DESCRIPTION:Il Museo Miniscalchi-Erizzo\, sede dell’omonima Fondazione istituita nel 1964\, si trova in un complesso di edifici di impianto tardo medievale nel cuore della città di Verona\, tra Piazza delle Erbe e il Duomo. La sua variegata collezione include fossili\, reperti etruschi e romani\, dipinti\, disegni antichi\, sculture\, bronzi e placchette\, ma anche maioliche\, porcellane\, mobili antichi\, armi e armature\, oltre a una stupefacente biblioteca e agli archivi di famiglia. La raccolta ha una storia stratificata\, è frutto e conseguenza della fusione tra quelle di diverse famiglie e una componente fondamentale è costituita da quel che resta della celebre Wunderkamme costituita dall’erudito scaligero Ludovico Moscardo tra il 1630 circa e il 1681. L’intervento ripercorrerà e si focalizzerà in principale sulle vicende relative a quest’ultima parte della raccolta\, alla sua parziale dispersione\, e alle memorie che ancora essa conserva e ci consente di ricostruire.  \n\n\n\nThomas Dalla Costa \n\n\n\nStorico dell’arte e curatore\, Thomas Dalla Costa si è formato presso l’Università di Verona\, dove ha conseguito il Dottorato di ricerca nel 2012. Nel 2014 è stato assistente curatore presso il Museo di Castelvecchio di Verona\, tra 2019 e 2020 ha lavorato come Curatorial Fellow presso la National Gallery di Londra\, mentre tra 2022 e 2025 come curatore aggiunto presso il Museo Miniscalchi-Erizzo di Verona. Ha curato e contribuito a diverse esposizioni\, in Italia e all’estero: Verona\, Venezia\, Londra\, Mosca\, Madrid\, Vienna. Thomas ha ricevuto diverse borse di studio da enti di ricerca internazionali\, tra cui la Fondazione Ermitage Italia\, Save Venice Inc.\, e dal Getty Museum (nell’ambito del The Getty Paper Project). Ha pubblicato numerosi contributi in riviste\, libri e cataloghi di mostra\, riguardanti: la storia della critica e della pittura veneta tra XV e XVII secolo; l’organizzazione delle botteghe artistiche venete; l’uso e la funzione rivestita dal disegno nei processi creativi degli artisti veneziani del Cinque e Seicento. Thomas altresì all’attivo la curatela o co-curatela di volumi che si concentrano sulle succitate tematiche\, come il recente Venetian Disegno. New Frontiers 1420-1620\, curato con Maria Aresin (Paul Holberton Publishing\, 2024)\, e il Catalogo ragionato dei disegni – Fondazione Museo Miniscalchi-Erizzo (Silvana Editoriale\, 2025). Inoltre\, è autore del volume monografico intitolato “Venere e Adone” di Tiziano. Arte\, cultura e società tra Venezia e l’Europa (Marsilio\, 2019). Attualmente è responsabile scientifico delle attività di ricerca ed espositive legate alle celebrazioni per il 450° anniversario della morte di Tiziano\, un progetto biennale che investiga l’uso e la funzione del paesaggio nell’arte del Cadorino. \n\n\n\n \n\n\n\n\n\n\n\nArchivio Arte Contemporanea329 4828149https://www.stefanogiovanazzi.euinfo@stefanogiovanazzi.eu
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SUMMARY:Andrea Benoni e Stefano Giovanazzi: Ridefinire utopia\, rifinire utopie
DESCRIPTION:Da qui\, all’infinito \n\n\n\n\n\n\n\nArchivio Arte Contemporanea329 4828149https://www.stefanogiovanazzi.euinfo@stefanogiovanazzi.eu
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SUMMARY:Elena Bini: Sven Sachsalber. Mappare una pratica artistica: un progetto di ricerca di Museion
DESCRIPTION:Sven Sachsalber (Silandro\, 1987 – Vienna\, 2020)\, è stato un artista di spicco\, che con ironia e caparbietà si è mosso fra media artistici diversi e di cui Museion ha seguito la sua evoluzione fin dagli esordi. Muovendo dalla consapevolezza dell’importanza – regionale quanto internazionale – del suo lavoro\, l’anno successivo alla sua morte il museo ha deciso di mappare in maniera sistematica la sua opera\, di conservarla\, di migliorarne l’accessibilità e di ricostruire la rete di relazioni dell’artista. In una prima fase\, sono stati indagati gli anni di studio a Londra e la sua attività artistica nonché la rete di relazioni in Europa (2009-2013)\, seguiti da una seconda fase\, che si concentra sugli anni trascorsi a New York (2014-2020). Il progetto di ricerca pluriennale (2021 – 2025)\, finanziato dalla Ripartizione Cultura tedesca della Provincia autonoma di Bolzano\, è stato avviato e diretto da Museion in collaborazione con BAU – Istituto per l’arte contemporanea e l’ecologia\, in uno scambio costante con la famiglia di Sachsalber. La ricerca si è conclusa con una presentazione pubblica (06.12.2025 – 21.06.2026) accompagnata da una pubblicazione la cui grafica è a cura dello Studio Claudia Polizzi\, e dalla messa online dei dati raccolti durante la ricerca. La mostra e la pubblicazione vanno intese come pause di riflessione che proseguono il lavoro di ricerca sull’artista\, come momenti di sospensione e di riordino\, per continuare con la ricerca sull’opera negli anni e decenni futuri. Un racconto attivo per tenere viva la memoria e il lascito dell’artista. Mappare una pratica artistica: un progetto di ricerca di Museion mostra in maniera esemplare come il lavoro su (e il confronto con) un lascito artistico contribuiscano alla conservazione del patrimonio culturale di un territorio favorendo nuove letture e connessioni internazionali. \n\n\n\nElena Bini \n\n\n\nElena Bini è Responsabile della Collezione e degli Archivi di Museion – Museo di arte moderna e contemporanea di Bolzano e coordina i progetti di Museion Passage. Si è laureata in Conservazione dei Beni Culturali presso l’Università degli Studi di Udine\, sviluppando un interesse specifico per la tutela\, la valorizzazione e la documentazione del patrimonio artistico contemporaneo. Prima di entrare a far parte di Museion\, ha svolto attività di insegnamento di storia dell’arte e di mediazione culturale\, collaborando come freelance con musei\, istituzioni e progetti artistici in Alto Adige. Dal 2000 lavora presso Museion\, dove ha ricoperto diversi ruoli nell’ambito della mediazione artistica\, della gestione delle collezioni e dello sviluppo di progetti di archiviazione\, catalogazione e valorizzazione delle opere. Nel suo lavoro si occupa della conservazione e della gestione del patrimonio del museo\, promuovendo al contempo pratiche di ricerca e accessibilità degli archivi come strumenti fondamentali per la conoscenza e la diffusione dell’arte contemporanea. \n\n\n\n\n\n\n\nArchivio Arte Contemporanea329 4828149https://www.stefanogiovanazzi.euinfo@stefanogiovanazzi.eu
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SUMMARY:Emilie Lauriola (Archivorum Library)\, Mariamargherita Maceli (Archivorum Ark)\, Cristina Meli\, (Archivorum Library)\, Cristina Mosconi (Grants & Partnerships)\, Alice Rigo Saitta (Archivorum): Archivi viventi. Costruire la memoria collettiva del futuro
DESCRIPTION:videoconferenza \n\n\n\n\n\nArchivorumArchivorum è una piattaforma internazionale dedicata alla preservazione\, attivazione e trasmissione degli archivi d’artista attraverso la ricerca\, l’editoria e la formazione. Fondata in Lussemburgo dall’appassionata d’arte Mia Rigo\, Archivorum nasce con l’intento di ripensare l’archivio come una struttura viva e in continua evoluzione\, anziché come un deposito statico del passato. Il nome deriva dal termine latino per “archivio”\, riflettendo un impegno verso la preservazione che dialoga attivamente con il presente e il futuro. Cresciuta a Modena\, Mia è sempre stata circondata dai libri; sua madre ebbe un ruolo fondamentale nell’apertura di molte biblioteche della città. La storia di Archivorum comincia con una poesia di Oriol\, dedicata alla “disperazione del collezionista” – il dolore di vedere opere un tempo amate disperse e dimenticate. Quella poesia divenne un voto. Mia trasformò quel sentimento in una missione: garantire che gli artisti e le loro creazioni vengano ricordati attraverso le loro stesse voci\, e non soltanto attraverso le narrazioni degli altri. Da questa convinzione è nato Archivorum\, un’associazione pubblica senza scopo di lucro dedicata a preservare le eredità degli artisti attraverso le loro parole\, i loro libri e le loro testimonianze – affinché la memoria continui a vivere come una conversazione tra generazioni\, e non come un’eco del passato. Archivorum è stato creato dal desiderio di lasciare che gli artisti parlino con le proprie parole\, assicurando che le loro voci\, insieme alle loro opere\, possano durare nel tempo. Mia ha immaginato una visione dell’archivio più aperta e dinamica: una struttura che sostiene gli artisti e li accompagna nel portare avanti nel tempo il loro lavoro e le loro idee. Archivorum opera come una piattaforma che supporta gli artisti nel salvaguardare\, attivare e trasmettere le loro eredità attraverso la ricerca\, l’editoria e la formazione. Piuttosto che fissare opere e narrazioni\, Archivorum mira a mantenerle in movimento – accessibili\, in evoluzione e significative attraverso le generazioni. \n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\nArchivio Arte Contemporanea329 4828149https://www.stefanogiovanazzi.euinfo@stefanogiovanazzi.eu
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SUMMARY:Ruffo Wolf: Il progetto di Architettura nell'esperienza espositiva. Il ruolo del riferimenti
DESCRIPTION:Il progetto di allestimento della mostra su Luigi Bonazza al MART del 2026\, elaborato da Ruffo Wolf\, è occasione concreta per condurre alcune riflessioni sul ruolo dei “riferimenti” in uno specifico progetto. In questo caso la forte presenza della cultura secessionista nella formazione del pittore dà luogo a una serie di riferimenti culturali che diventano “materiali” sottesi al progetto\, senza mai cedere a ingenui formalismi o questioni di “stile”. \n\n\n\nRuffo Wolf \n\n\n\nHa studiato architettura allo IUAV di Venezia dove ha svolto anche attività didattica. Dal 2002 al 2015 è stato assistente e poi professore incaricato di progettazione architettonica e urbana presso il Politecnico di Milano. Ha tenuto lezioni e conferenze in alcune università fra le quali Politecnico di Milano\, Università di Venezia\, T.U. di Innsbruck\, Tongji University di Shanghai. È RIBA Chartered Member (Royal Institute of British Architects- UK); è membro ARB (Architects Registration Board – UK); è iscritto all’Ordine degli Architetti di Trento. È titolare dello studio di architettura RWA_RUFFO WOLF ARCHITETTI con sede a Rovereto\, Milano\, Vienna. Ha progettato in Austria\, Brasile\, Cina\, Germania\, India\, Italia\, Qatar\, Polonia\, Romania\, Rwanda\, Russia\, Vanuatu\, Zambia. Dal 2012 al 2015 ha progettato oltre 60 shops per i brands GIORGIO ARMANI in molte città del mondo. Ha recentemente progettato la nuova sede PASTIFICIO FELICETTI in Val di Fiemme\, la nuova sede VALMORA Acque Minerali a Torino\, la nuova sede FLIS Biscotti a Varsavia.Nel 2023 è stato selezionato con Architettura21 dalla FFG (Agenzia Austriaca per la promozione della Ricerca) per un progetto “Impact Innovation” per la riqualificazione di un edificio di 100 appartamenti a Vienna. Ha pubblicato “Sequenze – Architetture” (Alinea\, Firenze 2002); “RWA_WIP – Citogenesi e altri progetti” (List/Actar\, Roma/Barcellona\, 2007). È membro fondatore di SINERGIE – Gruppo Interprofessionale con sede in Trentino. È diplomato in musica. Attualmente è direttore della divisione RWA_architettura della produzione\, in Lombardini22 – Milano. \n\n\n\n\n\n\n\nArchivio Arte Contemporanea329 4828149https://www.stefanogiovanazzi.euinfo@stefanogiovanazzi.eu
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SUMMARY:Roberto Antolini: Avere «stanza e mensa» in Palazzo Pizzini a metà Settecento: Giuseppe Felice Matteo Givanni\, prete/intellettuale razionalista\, e poeta dialettale cantore dell’età della seta roveretana
DESCRIPTION:Giuseppe Felice Givanni è un prete razionalista del Settecento roveretano. È anche un poeta\, che nelle sue novelle in versi dialettali (quasi tutte ancora inedite) racconta – in modo scherzoso e metaforico – la vita e soprattutto i conflitti dell’età della seta roveretana. Verso metà Settecento è cappellano della famiglia Pizzini\, e precettore dei figli del barone Gian Giulio Pizzini (Gian Giacomo ed Orazio\, che diventeranno importanti personaggi del loro tempo). Durante la vista pastorale del vescovo alla chiesa di San Marco del 1750\, Givanni spiega di avere – per questi suoi servizi – «stanza e mensa» nel Palazzo Pizzini. \n\n\n\nRoberto Antolini\, bibliografia  sul personaggio \n\n\n\n–          Origine familiare e condizione sociale del sacerdote roveretano Giuseppe Felice Matteo Givanni\, poeta dialettale (1722-1787). IN: Studi Trentini. Storia\, A.92\, 2013\, n.2\, p. 391-438 \n\n\n\n–          La Musa sgrovia di Giuseppe Felice Givanni. IN: Atti della Accademia roveretana degli Agiati\, 264 (2014) = ser.IX\, vol. IV\, A\, fasc.1\, p. 7-28 \n\n\n\n–          El Prior el magneva giust dei fonghi: la Novela Dodese (1752) di Giuseppe Felice Givanni. IN: Il Furore dei libri\, A.VI\, marzo/giugno 2015\, p.15-33 \n\n\n\n–          Tracce “cimbre” nel Settecento roveretano. IN: Studi Trentini. Storia\, A.96\, 2017\, n.2\, p. 243-251 \n\n\n\n–          Una famiglia nella storia del Borgo San Tommaso: i Givanni. IN: Verso il Brennero. Pergine\, PubblistampaEdizioni\, 2018\, p.43-53 \n\n\n\n–          Givanni\, l’Accademico roveretano che scriveva in dialetto [podcast del 2026]\, IN Regiostoria\, Ep.3 di Lo splendente Settecento roveretano\, all’indirizzo internet:   https://regiostoria.it/ep-3-givanni-laccademico-roveretano-che-scriveva-in-dialetto/ \n\n\n\n \n\n\n\nRoberto Antolini \n\n\n\nRoberto Antolini\, laureato in filosofia\, bibliotecario ed archivista è nato a Trento nel 1950. Oltre a ‘Verso il Brennero’ ha pubblicato il romanzo Ivan il terrorista (Robin edizioni\, 2009)\, e curato il volume ‘Libri esplosivi\, taglienti e luminosi: avanguardie artistiche e libro fra futurismo e libro d’artista’ (Nicolodi\, 2005). \n\n\n\n\n\n\n\nAllegati \n\n\n\nOrigine familiare e condizione sociale del sacerdote roveretano Giuseppe Felice Matteo GivanniDownload\n\n\n\n\n\n\n\nArchivio Arte Contemporanea329 4828149https://www.stefanogiovanazzi.euinfo@stefanogiovanazzi.eu
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SUMMARY:Michelangelo Lupo: Il restauro del piano nobile di Palazzo Pizzini. Visita guidata
DESCRIPTION:Michelangelo Lupo e Amedeo Chizzola ci accompagneranno in questa anteprima alle stanze recentemente restaurate del piano nobile di Palazzo Pizzini a Rovereto\, “il più bel palazzo rococò di area trentina”: il salone centrale\, le decorazioni e gli stucchi che si rincorrono lungo pareti e soffitto\, il grande dipinto centrale\, la sala degli specchi che affaccia su piazza del Grano. Amedeo Chizzola\, proprietario degli spazi del piano nobile aperti al pubblico in occasione di Archivi di Comunità\, ha fortemente ha voluto il recupero di questo importante ‘giacimento’ culturale. \n\n\n\nMichelangelo Lupo \n\n\n\nMichelangelo Lupo\, nato a Torino nel 1948\, compie studi classici e si laurea in architettura presso il Politecnico di Torino nel 1972. Tra il 1972 e il 1974 compie studi di paleografia e diplomatica presso l’Archivio di Stato di Torino e si specializza in Storia dell’Arte presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Padova nel 1975. Funzionario della Provincia Autonoma di Trento e responsabile per la tutela dei beni storici e artistici (1975-1983)\, è direttore del laboratorio di restauro della Provincia di Trento (1977-1983) e direttore del Museo Provinciale d’Arte di Trento (1979-1983). Tra il 1983 e il 1998 è consulente della casa d’aste Christie’s\, sede di Roma. Dal 1984 ha studio di progettazione architettonica a Trento e a Roma e svolge attività di restauro\, oltre che in Italia\, in Egitto\, Libia e Giordania. È autore di numerosi progetti di allestimenti museali e di mostre di carattere storico-artistico. È inoltre autore di numerosissime pubblicazioni di carattere storico-artistico relative soprattutto all’architettura e alle arti decorative nel periodo tra il XV e il XVIII secolo. \n\n\n\n\n\n\n\nArchivio Arte Contemporanea329 4828149https://www.stefanogiovanazzi.euinfo@stefanogiovanazzi.eu
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SUMMARY:Stefano Giovanazzi: AAC archivio Arte Contemporanea Rovereto. Documenti sull'arte e il pensiero contemporaneo
DESCRIPTION:Risorse per la comunità \n\n\n\n \n\n\n\naac archivio arte contemporanea è un progetto nato nei primi anni ‘80. Ideato\, realizzato e custodito da Stefano Giovanazzi\, aac è una raccolta di 200.000 documenti pensati\, scritti e pubblicati innanzitutto da artisti\, critici e storici dell’arte\, ma anche da scrittori\, filosofi\, antropologi\, sociologi\, epistemologi. I materiali provengono da artisti\, editori\, istituzioni\, e collezionisti italiani ed internazionali e sono in gran parte dedicati alla ricerca artistica oltreché a una riflessione sulle condizioni del vivere contemporaneo. \n\n\n\nNato da un profondo desiderio di raccogliere e conservare le testimonianze dei movimenti e protagonisti dell’arte del ‘900 e partecipare attivamente alla promozione degli artisti contemporanei\, nel corso del tempo il progetto si è ampliato sino ad accogliere materiali provenienti da numerose altre discipline. Così\, dagli esordi nei primi anni ‘80\, a Venezia durante l’esperienza formativa all’Accademia di Belle Arti\, a contatto con persone particolarmente attive nel panorama internazionale come Emilio Vedova e Luigi Nono\, e poi a Rovereto in una molteplicità di esperienze curatoriali che hanno favorito una più che netta consapevolezza delle istanze del contemporaneo\, in particolare con le attività promosse all’interno del festival “Senzatitolo. Eventi\, Azioni\, Esposizioni”\, il flusso di acquisizioni non si è mai interrotto\, anzi nel tempo ha subito un’accelerazione. Certamente\, la ricchezza degli eventi d’arte tra gli anni ‘90 e i primi anni del nuovo millennio ha permesso di arricchire la raccolta con documenti di assoluto rilievo teorico e critico ed ha contribuito a rendere la collezione un insieme complesso e articolato\, quanto ordinato dal punto di vista delle discipline e della catalogazione bibliografica. Gli incontri con i protagonisti delle esperienze artistiche di quegli anni\, e con alcune tra le figure più importanti del pensiero e della riflessione filosofica e letteraria contemporanea — da Joseph Kosuth a Illja Kabakov\, da Giuseppe Panza di Biumo a Giuliano Gori\, da Michael Snow a Stefano Boeri\, da Benoît Mandelbrot\, da Daniele Del Giudice a Paolo de Benedetti — ha permesso di fare luce su un panorama nazionale e internazionale estremamente vivace\, ricco di riflessioni e di proposte sia riguardo alla dimensione creativa che alla condizione umana in generale. \n\n\n\n\n\n\n\nL’attività svolta in questi tre decenni ha permesso di tessere una rete di relazioni internazionali con i più diversi autori: artisti\, creativi\, galleristi\, direttori di musei\, collezionisti\, editori\, e così via\, e di conseguenza anche con numerose istituzioni: musei\, fondazioni\, centri di ricerca\, residenze\, spazi alternativi e associazioni. Sono relazioni che hanno permesso di ridefinire almeno parzialmente l’intorno del mondo dell’arte e di quello del pensiero: oggi\, frutto di questa esperienza\, un database raccoglie più di 130.000 contatti in oltre 150 paesi del mondo\,  testimonianza di una persistenza nelle relazioni\, al di là delle vicende aleatorie che coinvolgono inevitabilmente la vita di ogni singola persona\, che possiamo definire forse antitetica alla crescente ‘smaterializzazione’ delle pratiche connesse al mondo dell’arte e della cultura in generale. \n\n\n\nL’Archivio Arte Contemporanea AAC è un centro di documentazione che dispone di una collezione che supera i 200.000 documenti\, acquisiti a partire dalla prima metà degli anni ’80\, dedicati prevalentemente all’arte\, al design\, all’architettura\, alla filosofia\, e al pensiero contemporaneo.Sino ad oggi sono stati indicizzati: \n\n\n\n\n105.000 documenti a stampa: monografie\, periodici\, registrazioni sonore.Sono invece da catalogare:\n\n\n\n10.000 altri documenti a stampa.\n\n\n\n50.000 materiali “minori” o letteratura grigia: inviti\, pieghevoli\, locandine\, cartelle stampa. Fra questi materiali è presente una collezione molto rara di inviti di esposizioni tenute a cavallo fra gli anni ’60 e ’70 di artisti attivi in ambito concettuale\, minimal e poverista.\n\n\n\n3.000 registrazioni sonore e video: vinili\, nastri magnetici\, CD\, CDR\, DVD;\n\n\n\n600 opere d’arte: dipinti\, disegni\, fotografie\, ma soprattutto opere grafiche\, multipli ed edizioni a tiratura limitata\, numerati e firmati dagli artisti.\n\n\n\n2.000 manifesti: fra questi\, alcuni molto rari\, ideati negli anni ’20 da artisti appartenenti alle avanguardie storiche.\n\n\n\n5.000 documenti fotografici originali: Archivio F.lli Alinari Firenze\, Padiglioni all’Esposizione internazionale d’Arte “La Biennale di Venezia”\, Archivio fotografico digitale Francesca Cristellotti\, Rovereto.In archivio sono inoltre presenti altre tipologie di documenti a stampa: mappe\, cartoline\, immagini religiose (santini)\, quantificabili in alcune migliaia.\n\n\n\n\nOpere in collezione: multipli d’artista\, manifesti\, libri\, dischi \n\n\n\nVincenzo Agnetti\, Joseph Albers\, Robert Barry\, Ubaldo Bartolini\, Carlo Battaglia\, Duccio Berti\, Alighiero Boetti\, Agostino Bonalumi\, Achille Bonito Oliva\, Silvano Brugnara\, Daniel Buren\, Pierpaolo Calzolari\, Nicola Carrino\, Giuseppe Chiari\, Alfred L. Copley\, Enzo Cucchi\, Gino De Dominicis\, Hamish Fulton\, Alberto Garutti\, Joseph Kosuth\, Joseph Kosuth/Sarah Charlesworth\, Urs Lüthi\, Ugo La Pietra\, Bertrand Lavier\, Felice Levini\, Sol Lewitt\, Sergio Lombardo\, Arrigo Lora Totino\, Robert Mangold\, Amedeo Martegani\, Fausto Melotti\, Elio Mariani\, Maurizio Mochetti\, Hidetoshi Nagasawa\, \, Bruce Nauman\, Mario Nigro\, Dennis Oppenheim\, Giulio Paolini\, Umberto Postal\, Emilio Prini\, Niki de Saint Phalle\, Remo Salvadori\, Maria Salvati\, Lucas Samaras\, Antonio Trotta\, Tim Ulrichs\, Bernard Venet\, Claudio Verna\, Andy Warhol\, Lawrence Weiner\, Heimo Zobernig. \n\n\n\nStefano Giovanazzi \n\n\n\nDiplomato all’Istituto Magistrale Rovereto (TN) e di seguito all’Istituto Statale d’Arte\, Trento\, frequenta nei primi anni ‘80 l’Accademia di Belle Arti di Venezia\, dove si diploma in Pittura con l’artista Emilio Vedova. Fondatore e curatore di AAC Archivio Arte Contemporanea di Rovereto\, dal 1994 è presidente dell’associazione culturale Numero Civico. In più di trent’anni di attività ha curato centinaia di eventi legati all’arte e al pensiero contemporaneo. Numerose le collaborazioni con artisti\, musicisti e scrittori\, con musei e istituti culturali\, accademie\, con governi e istituzioni governative. Ha lavorato con Mario Airò\, Stefano Arienti\, Vincenzo Cabiati\, Andrea Crociani\, Francesco Dal Bosco\, Eva Marisaldi\, Chiyoko Miura\, Liliana Moro\, Fabio Polvani\, Luca Quartana\, Andrea Rabbiosi\, Federico Tanzi-Mira\, Grazia Toderi\, Marco Vaglieri\, Vedova Mazzei\, Francesco Voltolina; a curato esposizioni con opere di Rita Ackermann\, Richard Ambleton\, John Currin\, Joseph Kosuth\, Sean Landers\, Sherrie Levine\, Raymond Pettibon\, Richard Prince\, Jim Shaw\, Jeffrey Wallace. Ha curato eventi in collaborazione con il Senato della Repubblica Italiana\, Ministero per i Beni e le Attività Culturali\, Canadian Embassy\, Gobierno Vasco-Governo Basco (Spagna)\, Instituto Cervantes di Cultura (Spagna)\, The British Council (Gran Bretagna)\, Ministero della Cultura Francese\, Institut Français (Francia)\, Goethe Institut (Germania). Genealogista\, è responsabile di un esteso archivio genealogico\, “degli Alberi e delle Foglie”\, che raccoglie più di un milione di posizioni genealogiche. \n\n\n\n\n\n\n\nArchivio Arte Contemporanea329 4828149https://www.stefanogiovanazzi.euinfo@stefanogiovanazzi.eu
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SUMMARY:Michele Dal Bosco presenta "Doppia natura morta" di Francesco Dal Bosco
DESCRIPTION:« Questo video è stupendo. L’intreccio perfetto di due mondi\, così distanti e così vicini\, che contengono al loro interno milioni di vite\, di pensieri. Non riesco nemmeno a spiegare ciò che quest’opera evoca in me: troppe cose. Bellissimo. »  Clementina Dal Bosco \n\n\n\n“Archivi di Comunità” ospita un’opera di Francesco Dal Bosco dal titolo “Doppia Natura Morta”\, un video a due canali stereo di 20′ di durata\, del 2003. A presentare l’opera sarà Michele Dal Bosco\, figlio di Francesco. \n\n\n\n\n\n\n\nFrancesco Dal Bosco\, Doppia Natura Morta\, video 2CH\, 20′\, 2003\, frame da video.\n\n\n\n\n\n\n\nMichele Dal Bosco \n\n\n\nMichele Dal Bosco è un regista\, musicista e artista trentino. Ha partecipato all’organizzazione di esposizioni internazionali (Max Ernst\, Leonardo Da Vinci\, Rubens\, Raffaello\, Olivetti\, Depero\, Giotto\, Chagall\, Mirò\, Donatello\, Tintoretto) e ha collaborato con varie istituzioni culturali\, fra cui il Museo Nazionale Gioacchino Rossini. \n\n\n\nFrancesco Dal Bosco \n\n\n\nFrancesco Dal Bosco (Trento\, 26 agosto 1955 – Trento\, 9 gennaio 2019) è stato un regista\, sceneggiatore e produttore cinematografico italiano. Dal 1976 al 1983\, in coppia con Fabrizio Varesco\, è tra i protagonisti della scena teatrale d’avanguardia italiana\, realizzando numerosi spettacoli in teatri e gallerie d’arte in Italia e in Europa (tra gli altri: Beat ’72\, Galleria Nazionale d’Arte Moderna\, Palazzo delle Esposizioni a Roma; Out-Off\, Accademia di Brera\, Castello Sforzesco a Milano; Institute of Contemporary Art\, Londra). Nel 1982 è tra i fondatori della cooperativa romana Missione Impossibile\, che organizza nello stesso anno il festival “Ladri di Cinema”. Sempre nel 1982 gira in tre giorni a Bologna il lungometraggio La notte che vola\, presentato agli Incontri cinematografici di Salsomaggiore Terme e a Rotterdam. Questo film vince il premio miglior film di ricerca al festival Filmaker di Milano e viene proiettato alla Cinèmathéque francais di Parigi. Nel 1991 dirige\, in coppia con Stefano Consiglio\, La camera da letto\, un film di tre ore che vede Attilio Bertolucci leggere integralmente il suo poema omonimo davanti alla cinepresa. Il film viene proiettato al Festival di Venezia nel 1992 in quattro serate e viene mandato in onda da Fuori Orario\, su RAI3\, in una trasmissione non stop che dura una notte intera. Nel 1993 dirige il video Francis Bacon\, trasmesso da RAI1 e pubblicato in VHS da Electa. Nel 1994 è il video 23 songs from the home presentato al Festival di Venezia e all’Istituto di Cultura di Toronto (Canada) nello stesso anno. Pubblica con Daniele Costantini nel 1995\, per Pratiche Editrice\, il librointervista Nuovo Cinema inferno\, sul cinema di Dario Argento. Nel 2001 è ai Festival di Berlino\, Edimburgo\, Brisbane\, Singapore\, Manila con il lungometraggio Commesso Viaggiatore\, interpretato da Claudio Bigagli e Maddalena Crippa. Del 2003 è il documentario Jackson song\, video ufficiale della mostra di Jackson Pollock al Museo Correr di Venezia dello stesso anno. Nel 2005 e 2006 filma per il Centro Servizi Culturali S.Chiara di Trento i reading di Lawrence Ferlinghetti e Jack Hirschman. Sempre nel 2006\, presenta al Festival di Pesaro il video Niente è vero Tutto è Permesso. Nel 2008 realizza a Roma il film Apocalisse\, presentato al Religion Today Film Festival Trento e al CINESPI di Louvain La Neuve\, Belgio. Nel 2012 firma con Stefano Consiglio il documentario Il Centro\, prodotto con la BiBi Film di Roma e RAI3. \n\n\n\nFILM E VIDEO. FILMOGRAFIA PARZIALE \n\n\n\nSTANZE\, 1980\, Super8mm\, Collective for living cinema\, New York LA NOTTE CHE VOLA\, 1982\, 16mm\, B&N\, 85’\, prod. Missione Impossibile. Festival di Salsomaggiore 1982\, Premio Filmaker Milano 1983\, Cinematheque Francaise Henri Langlois\, 1983\, Festival di Rotterdam 1983\, Parigi 1983; trasmesso da RAI3 FOGLIE MORTE\, 1984\, Video\, Colore\, 30’\, prod. Francesco Dal Bosco\, Festival di Salsomaggiore 1984\, Filmaker Milano1985\, Locarno film e video festival 1985 TRAMONTO ROSSO\, 1985\, 16mm\, B&N\, 86’\, prod. Missione Impossibile Festival di Salsomaggiore 1985\, Filmaker Milano1985\, Festival di Bellaria 1985 LA CAMERA DA LETTO\, 1992\, Video\, Colore\, 540’\, prod. The Film Company (co-regia Stefano Consiglio) 49a Mostra del cinema di Venezia 1992\, Prix Italia\, Parma 1992; trasmesso da RAI1 e da RAI3 FRANCIS BACON\, 1993\, Video\, Colore\, 40’\, prod. Film Work Museo d’Arte Moderna\, Lugano “Francis Bacon” 1993 trasmesso da RAI1 23 SONGS FROM THE HOME\, 1994\, Video\, Colore\, 40’\, prod. Film Work 51a Mostra del cinema di Venezia 1994\, Istituto Italiano di Cultura\, Toronto 1994\, Festival Arcipelago 1995 STATO DI QUIETE\, 1996\, Video\, Colore\, 80’\, prod. Francesco Dal Bosco Studio; Festival Internazionale della Montagna\, Trento 1998 FANTASMA\, 1997\, Video\, Colore\, 60’\, prod. Francesco Dal Bosco Studio Festival Senzatitolo\, Rovereto (TN) 1997 Galleria Civica d’Arte Contemporanea Trento 2001 IL CORO\, 1997\, Video\, Colore\, 65’\, Prod. Francesco Dal Bosco Studio\, Festival internazionale della Montagna\, Trento 1998 COMMESSO VIAGGIATORE\, 2000\, 35mm\, B&N/Colore\, 95’\, Prod. Monti Pallidi Film Festival\, Internazionale di Berlino 2001\, Festival Internazionale di Edimburgo 2001\, Festival Internazionale di Brisbane 2001\, Festival Internazionale di Singapore 2002\, Festival Internazionale di Manila 2002\, “Discovering the new italian cinema” New York 2004; trasmesso da SKY JACKSON SONG\, 2002\, Video\, Colore\, 45’\, prod. Francesco Dal Bosco Studio Palazzo Correr\, Venezia\, “Jackson Pollock” aprile-giugno 2002; Festival di Palazzo Venezia 2004 LIGHT OF THE DEAD\, 2002\, Video\, Colore\, 13’\, prod. Francesco Dal Bosco Studio Galleria Civica d’Arte Contemporanea\, “Parole\, parole\, parole” Trento 2002 FRAGILE (Voci dal teatro dopo l’11 settembre)\, 2002\, Video\, Colore\, 85’\, prod. Francesco Dal Bosco Studio/Centro S. Chiara Trento\, Piazza Duomo 11 settembre 2002 DOPPIA NATURA MORTA\, 2003\, Colore\, Video 2 canali\, 18’\, Prod. Francesco Dal Bosco Studio TOLEDO\, 2004\, Video\, B&N\, 17’\, prod. Francesco Dal Bosco Studio\, MAN Museo Provinciale d’Arte Nuoro\, “(In)visibile-(In)corporeo” luglio-settembre 2005 “Strade Bianche”\, Casale Marittimo (Pistoia) Luglio 2006 MIRACLE\, 2004\, Video\, Colore\, 4’\, Prod. Francesco Dal Bosco Studio Galleria Civica d’Arte Contemporanea\, Trento giugno 2005. SEIZERO/SEINOVE\, 2005\, Video\, Colore\, 3’\, Prod. Francesco Dal Bosco Studio Museo civico Riva del Garda\, “I Sessanta. Costume e Società”\, maggio-ottobre 2005. CORRENTE CONTINUA\, 2005\, Video\, Colore\, 73’\, Prod. Francesco Dal Bosco Studio/Provincia Autonoma di Trento. NIENTE È VERO TUTTO È PERMESSO\, 2005\, Video\, Colore\, 39’\, Prod. Francesco Dal Bosco Studio; Festival Nuovo Cinema Pesaro 2006. L’ORA AZZURRA DELL’OMBRA\, 2007\, Video\, Colore\, 67’\, Prod. Francesco Dal Bosco Studio/Provincia Autonoma di Trento. APOCALISSE\, 2010\, Video\, Colore\, 88’\, Prod. Francesco Dal Bosco Studio; Religion Today Festival Trento 2010; CINESPI Louvain La Neuve (Belgio) 2010. IL LAVORO DELL’ARTISTA\, 2011\, Video\, Colore\, 64’\, Prod. Francesco Dal Bosco Studio; (La Magnifica ossessione) Mart\, Rovereto 2013. IL CENTRO\, 2012\, Video\, Colore\, 70’\, Prod. Francesco Dal Bosco Studio e BiBi Film (coregia di Stefano Consiglio); Bologna\, Cinema sotto le stelle 2013; trasmesso da RAI3. AMNESIA (I MORTI RITORNANO)\, 2014\, Video\, 30’\, Prod. Francesco Dal Bosco Studio\, Galleria Wurmkos\, Sesto San Giovanni (MI). \n\n\n\n\n\n\n\nArchivio Arte Contemporanea329 4828149https://www.stefanogiovanazzi.euinfo@stefanogiovanazzi.eu
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SUMMARY:Vittorio Carrara: La biblioteca di un collezionista d’arte. La VAF Stiftung alla BUC di Trento
DESCRIPTION:Oltre 16mila volumi\, raccolti in 50 anni di ricerche appassionate sull’arte e il pensiero contemporaneo dal collezionista tedesco Volker W. Feierabend si trovano ora ospitati presso la Biblioteca universitaria centrale di Trento. Importante giacimento culturale\, i documenti strettamente legati alle opere di Feierabend in deposito al Mart\, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto\, sono un’occasione veramente preziosa per approfondire la conoscenza di artisti e capolavori dell’arte del XX secolo. \n\n\n\nVittorio Carrara \n\n\n\nVittorio Carrara (1963)\, veronese e trentino di adozione\, è responsabile della Biblioteca universitaria centrale di Trento. Ha studiato storia medievale all’Università di Bologna e alla Cattolica di Milano. Si è occupato di storia del monachesimo medievale\, di storia religiosa e civile del Trentino tra Otto e Novecento e di bibliografia. \n\n\n\n\n\n\n\nArchivio Arte Contemporanea329 4828149https://www.stefanogiovanazzi.euinfo@stefanogiovanazzi.eu
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SUMMARY:Anna Zinelli: Kunsthaus di Merano. Pratiche di attivazione\, mediazione e rilettura critica degli archivi
DESCRIPTION:L’intervento presenta tre casi studio esposti presso la Kunsthaus che hanno dialogato con gli archivi secondo modalità differenti: dal lavoro sul lascito dell’artista e fotografo meranese Christian Martinelli al progetto didattico Alpitypes\, che ha portato a una reinterpretazione contemporanea di fonti archivistiche grafiche\, fino alla mostra di Belinda Kazeem-Kamiński\, che ha proposto una lettura decoloniale delle memorie conservate negli archivi. In questi progetti gli archivi sono stati considerati non solo come luoghi di conservazione e tutela\, ma anche come dispositivi capaci di generare nuove narrazioni. \n\n\n\nLa possibilità di azione di un lascito d’artista. A cura di BAU. Foto Davide Perbellini\n\n\n\nAerolectics – Belinda Kazeem-Kamiński. A cura di Lucrezia Cippitelli e Simone Frangi. Foto Ivo Corrà\n\n\n\nAlpitypes. A cura Antonino Benincasa\, Massimo Martignoni\, Anna Zinelli. Foto Ivo Corrà\n\n\n\nAnna Zinelli \n\n\n\nAnna Zinelli è storica dell’arte (Ph.D.). Ha pubblicato numerosi articoli su riviste scientifiche e divulgative e saggi in diversi cataloghi. Tra le sue pubblicazioni: Socin e Carmassi (Tamassia Zinelli\, Skira 2016)\, 1955–1968: Gli artisti italiani alle documenta di Kassel (Mimesis 2017); incontrare Christian Martinelli begegnen (Schnitzer Zinelli\, Esperia 2024). Dal 2012 collabora al progetto MoRE A museum of refused and unrealised art projects e dal 2017 è collaboratrice scientifica\, assistente alla direzione e responsabile della comunicazione in lingua italiana a Kunst Meran Merano Arte. \n\n\n\n\n\n\n\nArchivio Arte Contemporanea329 4828149https://www.stefanogiovanazzi.euinfo@stefanogiovanazzi.eu
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SUMMARY:Area Studio\, colore\, matrice\, carta. L’atelier delle stampe\, gli artisti e Astrazione Oggettiva: visita guidata alla mostra al Museo della Città
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SUMMARY:Community-Archiv Pantone 802 U: un manifesto di Maurizio Nannucci
DESCRIPTION:“Community Archives Pantone 802 U”\, in lingua tedesca\, è il terzo manifesto che Maurizio Nannucci realizza per ‘Archivi di Comunità’. Stampato su carta usomano in una tiratura di 200 copie\, viene distribuito gratuitamente al pubblico in sala. \n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\n\nArchivio Arte Contemporanea329 4828149https://www.stefanogiovanazzi.euinfo@stefanogiovanazzi.eu
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SUMMARY:Claudia Castellucci: La questione estetica di un archivio artistico\, nella concezione e nell'uso
DESCRIPTION:Claudia Castellucci partecipa a Archivi di Comunità con un testo dal titolo: Alcuni cenni sull’Archivio storico della Socìetas Raffaello Sanzio. Il documento verrà distribuito presso TSpace a partire da lunedì 29 giugno 2026 assieme a “Bollettino dell’Archivio N°1 13 Ottobre 2018” e “Bollettino dell’Archivio N°2 24 Novembre 2018”. Come scrive Claudia\, i testi consegnati ad “Archivi di comunità” evidenziano alcune questioni riguardo alle funzioni dell’archivio fisico della Socìetas Raffaello Sanzio (1981-2006)\, sollevate in occasione di un seminario tenuto nel 2018: in particolare\, la capacità “di risvegliare gli oggetti conservati\, sia in senso visivo\, sia in senso intellettivo”. L’artista non sarà presente di persona. \n\n\n\nAmleto. La veemente esteriorità della morte di un mollusco\, di Romeo Castellucci/Socìetas Raffaello Sanzio (in scena: Paolo Tonti). Cesena\, Teatro Comandini\, 1992. © archiviostoricosocietas.eu (tutti i diritti riservati) \n\n\n\nClaudia Castellucci / Societas \n\n\n\nFormatasi nelle arti visive\, Claudia Castellucci nel 1981 fonda con il fratello Romeo\, Chiara Guidi e altri la Societas Raffaello Sanzio\, compagnia teatrale che si afferma nel mondo per un’idea di teatro prevalentemente basata sulla potenza visiva\, plastica e sonora. Quando\, nel 2006\, la Compagnia vede gli artisti che la compongono intraprendere ricerche distinte\, C. Castellucci prosegue la sua relazione con l’arte plastica nella produzione di opere legate a una pratica filosofica basata sul ritmo\, che la spinge anche a fondare diverse scuole d’impronta antica\, riferite cioè al piacere della conoscenza e non alla formazione: Scuola teatrica della discesa (1989-93); Stoa (2003-07) e Mòra (2015-19). Nel 2011 conduce l’École du rythme a Bordeaux\, in occasione della Biennale di Arte Urbana. Dal 2014 dirige in tutto il mondo\, dopo l’avvio ad Atene\, le Esercitazioni di Movimento Ritmico. Tra i suoi testi: Uovo di bocca (Bollati Boringhieri 2000)\, Setta Scuola di tecnica drammatica (Quodlibet 2015)\, e Bollettini della Danza (Edizioni Sete 2019). Nel 2020 riceve il Leone d’Argento dalla Biennale Danza di Venezia. \n\n\n\n\n\n\n\nArchivio Arte Contemporanea329 4828149https://www.stefanogiovanazzi.euinfo@stefanogiovanazzi.eu
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SUMMARY:Ramificazioni. Alberi genealogici roveretani esposti in occasione del progetto Archivi di Comunità
DESCRIPTION:Esposizione di documenti originale conservati presso la Biblioteca Civica di Rovereto. \n\n\n\n\n\nLa Biblioteca presta costante attenzione al patrimonio archivistico\, mettendo in atto piani di intervento pluriennale per la sua conservazione\, inventariazione e valorizzazione. Fra i documenti conservati presso l’archivio storico si possono apprezzare numerosi alberi genealogici\, alcuni decorati e colorati a mano\, e ricchi archivi familiari. Vanno particolarmente ricordate le genealogie elaborate da Quintilio Perini (1865-1942)\, farmacista\, noto bibliofilo e collezionista di monete e medaglie\, che svolse buona parte dei propri studi nel campo della numismatica e della genealogia\, ambiti nei quali darà alle stampe numerose pubblicazioni che gli varranno l’associazione ad istituzioni culturali internazionali. Alcune delle più importanti famiglie nobiliari dell’area trentino-tirolese\, i Moll e i Lodron\, hanno consegnato i loro archivi alla Biblioteca. Come aggregati dell’archivio Moll\, si conservano anche i fondi delle famiglie Ceschi di Santa Croce\, Fedrigazzi e Gonzales de Rivera\, che prima dei Moll detenevano la giurisdizione di Nomi. Come aggregato all’archivio del Comune di Lizzana\, è conservato un piccolo fondo della famiglia Frizzi di Rovereto. Ultima e importante acquisizione (2013): l’archivio della famiglia Bossi Fedrigotti. Gli alberi genealogici  provenienti dalle collezioni della Biblioteca Civica di Rovereto sono esposti in mostra a cura degli archivisti della biblioteca.\n\n\n\nGLI ALBERIBOSSI FEDRIGOTTILa famiglia Bossi Fedrigotti\, originaria probabilmente della Lombardia\, si stabilì a Sacco nella prima metà del XV secolo. Il primo avo storicamente certo è Nicolao del Buoso\, morto nel 1434. Il titolo nobiliare fu confermato nel 1592 da Ferdinando del Tirolo alla persona di Giovanni Bossi Fedrigotti.A partire da Nicolao de Buoso le vicende dei Bossi Fedrigotti si intrecciano e si intersecano fortemente con quelle di Borgo Sacco\, Rovereto e della Vallagarina. Inizialmente la famiglia prese parte alla Compagnia di spedizione\, che gestiva il traffico commerciale sul fiume Adige da Bronzolo a Sacco\, utilizzando le zattere; a partire dal 1750 ebbe il privilegio di gestire il traffico postale tra Calliano e Torbole (detto “Feudo Postale”)\, che perdurò fino alla Grande Guerra e\, a partire dalla seconda metà del Settecento\, i Bossi Fedrigotti si dedicarono con maggior impegno all’allevamento del baco ed alla viticoltura. Filippo (1838-1908)\, oltre che socio e presidente dell’Accademia Roveretana degli Agiati\, si dedicò a queste attività con passione. Fu ideatore e sostenitore della Società Agraria roveretana e fondatore della Scuola Agraria di Rovereto (1871-1877). Introdusse soluzioni moderne e innovative. Sua fu l’idea di utilizzare la forbice da potare le viti anche per la vendemmia\, in sostituzione del falcetto tradizionale. Federico successivamente (1906-1996) rese nota a livello nazionale l’azienda famigliare\, introducendo per primo in Italia un “uvaggio bordolese”\, vinificando simultaneamente Cabernet e Merlot\, secondo la tradizione dei vini rossi della regione francese di Bordeaux. Ancora\, Isabella Bossi Fedrigotti è una nota giornalista e scrittrice\, vincitrice nel 1991 di un premio Campiello con il romanzo “Di buona famiglia” \n\n\n\nStemma. Campo dello scudo inquartato: in 1\, d’argento alla fenice che rinasce dalle sue ceneri; in 2\, d’azzurro alla lira d’oro; in 3\, d’azzurro al caduceo dalle ali d’argento e i serpenti di verde; in 4\, all’albero di verde sopra un terreno erboso\, dinnanzi all’albero passa un bue al naturale; in cuore uno scudetto di campo di verde al corno da caccia d’oro lagato con catenella. \n\n\n\nBRUNATI (Brunatti di Brunenfeld)La famiglia Brunatti di Brunnenfeld è una storica casata nobiliare già attiva e radicata nel tessuto civile e amministrativo del Trentino (tra Rovereto\, Trento e Tenno) ben prima del Settecento. L’elevazione al rango nobiliare della famiglia Brunatti con il titolo di “de Brunnenfeld” risale ufficialmente al 30 dicembre 1777. In questa precisa data (30 dicembre 1777)\, l’Imperatore d’Austria Giuseppe II concesse\, a Vienna\, il diploma originale di nobiltà con il predicato de Brunnenfeld a Girolamo Brunatti\, figlio di Giacomo Brunatti. \n\n\n\nTACCHILa famiglia Tacchi ha segnato profondamente la storia economica\, sociale e architettonica di Rovereto tra il XVIII e il XX secolo. Originari di Zelbio (Como)\, i Tacchi si trasferirono in città per gestire il fiorente commercio della seta\, diventando una delle dinastie più influenti e stimate e per dedicarsi all’edilizia.I Tacchi architetti\, in particolare Bernardo e Bernardino Tacchi\, infatti ebbero un ruolo determinante nella costruzione di edifici storici come Palazzo Rosmini “Al Frassem” tra il 1733 ed il 1737 e nella progettazione di Corso A.Bettini. Si occuparono anche della realizzazione di edifici religiosi come la Chiesa della Beata Vergine del Loreto\, commissionata dalla Confraternita dei santi Rocco e Sebastinao nel 1737 o il Convento e la Chiesa dell’ordine della Visitazione di San Francesco\, eretti tra il 1740-1741 ed abbattuti nel 1902.Sul colle di Castel Dante si erge il Mausoleo Tacchi (o de Tacchi)\, fatto costruire dalla famiglia nel 1862 ed considerato uno dei più importanti esempi di architettura ottocentesca in Trentino.Nel luglio del 1854\, l’imperatore Francesco Giuseppe d’Austria concesse a Giovanni Battista Tacchi il titolo nobiliare con il predicato di Monte Maria\, predicato in omaggio a un antico santuario di proprietà della famiglia\, da loro restaurato e riaperto al culto. \n\n\n\nStemma. Campo dello scudo: d’azzurro alla facciata d’argento di una chiesa posata su un terreno erboso. \n\n\n\nTARTAROTTILa famiglia Tartarotti\, originaria di Pomarolo\, è una storica e agiata famiglia roveretana\, nota soprattutto per aver dato i natali al celebre erudito e pre-illuminista Girolamo Tartarotti (1706–1761). Girolamo fu abate\, filosofo\, storico e letterato. Nel 1764\, il Comune di Rovereto acquisì la sua vasta collezione libraria\, dando vita a una delle prime biblioteche pubbliche d’Italia\, la nostra biblioteca civica appunto.I rami principali della famiglia si distinsero nella giurisprudenza\, nel consiglio civico cittadino e nella promozione della cultura nel XVIII secolo. Francesco Antonio Tartarotti\, padre di Girolamo\, fu ad esempio\, un celebre giuresconsulto e membro del prestigioso “Consiglio cittadino dei trentuno”\, un organo politico e amministrativo ristretto che governò la città di Rovereto durante l’Antico Regime.Maria Teresa\, con diploma datato in Vienna il 12 agosto 1743\, diede la nobiltà del Sacro Romano Impero a Federico Tartarotti\, segnando un passaggio fondamentale per l’ascesa sociale del casato. Pochi anni più tardi\, a confrma della benevolenza imperiale\, la stessa Maria Teresa elevò ulteriormente il rango di un altro membro di spicco della famiglia\, Giovanni Battista Tartarotti\, nominandolo “Cavaliere del sacro Romano Impero” con un nuovo diploma datato 22 gennaio 1754.La famiglia visse in diverse residenze nel centro di Rovereto; tra queste vi è la casa in Piazza Podestà 13 (abitata dal 1715 al 1730 e oggi sede degli uffici comunali) e Casa Serbati alla Torre in Via della Terra 15. \n\n\n\nStemma. Campo dello scudo inquartato: in 1 e 4\, d’argento al padiglione di verde bordato d’oro; in 2\, d’azzurro alla stella di otto punte sovrasta da un sole radioso; in 3\, di rosso alla fascia d’argento sulla quale è accovacciato un agnello pure d’argento tenente fra le zampe un vessillo anch’esso d’argento. \n\n\n\nRIDLERLa famiglia Ridler è una delle più antiche e influenti del patriziato di Monaco di Baviera\, ovvero un ristretto gruppo di famiglie di grandi mercanti e proprietari terriere\, a capo non solo del potere economico ma anche di quello politico. I Ridler divennero grandi protagonisti nel XIII secolo\, affermandosi rapidamente nella realtà politica locale ed entrando di diritto nel “Consiglio Interno”\, ovvero l’organo che de facto governava la città. I primi documenti che li riguardano risalgono al 1295. Le loro ricchezza provenivano prevalentemente dal commercio tessile con le Fiandre. Vennero riconosciuti come famiglia nobile bavarese nel 1628\, quando insieme alle famiglie Ligsalz e Bart\, ottennero la parificazione con la nobiltà.Tra i personaggi più importanti della famiglia vi furono Heinrich Ridler\, che fondò nel 1295 una delle più importanti istituzioni benefiche per l’assistenza delle donne. \n\n\n\nStemma. Campo dello scudo: di rosso\, alla fascia diagonale d’argento\, attraversata da una freccia nera disposta in sbarra. \n\n\n\n\n\n\n\nArchivio Arte Contemporanea329 4828149https://www.stefanogiovanazzi.euinfo@stefanogiovanazzi.eu
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SUMMARY:Stefano Giovanazzi: Alberi Genealogici e archivi familiari provenienti dalle collezioni della Biblioteca Civica di Rovereto
DESCRIPTION:Introduzione all’Esposizione. \n\n\n\nFra i documenti conservati presso l’archivio storico si possono apprezzare numerosi alberi genealogici\, alcuni decorati e colorati a mano\, e ricchi archivi familiari. Vanno particolarmente ricordate le genealogie elaborate da Quintilio Perini (1865-1942)\, farmacista\, noto bibliofilo e collezionista di monete e medaglie\, che svolse buona parte dei propri studi nel campo della numismatica e della genealogia\, ambiti nei quali darà alle stampe numerose pubblicazioni che gli varranno l’associazione ad istituzioni culturali internazionali.  \n\n\n\nStefano Giovanazzi \n\n\n\nDiplomato all’Istituto Magistrale Rovereto (TN) e di seguito all’Istituto Statale d’Arte\, Trento\, frequenta nei primi anni ‘80 l’Accademia di Belle Arti di Venezia\, dove si diploma in Pittura con l’artista Emilio Vedova. Fondatore e curatore di AAC Archivio Arte Contemporanea di Rovereto\, dal 1994 è presidente dell’associazione culturale Numero Civico. In più di trent’anni di attività ha curato centinaia di eventi legati all’arte e al pensiero contemporaneo. Numerose le collaborazioni con artisti\, musicisti e scrittori\, con musei e istituti culturali\, accademie\, con governi e istituzioni governative. Ha lavorato con Mario Airò\, Stefano Arienti\, Vincenzo Cabiati\, Andrea Crociani\, Francesco Dal Bosco\, Eva Marisaldi\, Chiyoko Miura\, Liliana Moro\, Fabio Polvani\, Luca Quartana\, Andrea Rabbiosi\, Federico Tanzi-Mira\, Grazia Toderi\, Marco Vaglieri\, Vedova Mazzei\, Francesco Voltolina; a curato esposizioni con opere di Rita Ackermann\, Richard Ambleton\, John Currin\, Joseph Kosuth\, Sean Landers\, Sherrie Levine\, Raymond Pettibon\, Richard Prince\, Jim Shaw\, Jeffrey Wallace. Ha curato eventi in collaborazione con il Senato della Repubblica Italiana\, Ministero per i Beni e le Attività Culturali\, Canadian Embassy\, Gobierno Vasco-Governo Basco (Spagna)\, Instituto Cervantes di Cultura (Spagna)\, The British Council (Gran Bretagna)\, Ministero della Cultura Francese\, Institut Français (Francia)\, Goethe Institut (Germania). Genealogista\, è responsabile di un esteso archivio genealogico\, “degli Alberi e delle Foglie”\, che raccoglie più di un milione di posizioni genealogiche. \n\n\n\n\n\n\n\nArchivio Arte Contemporanea329 4828149https://www.stefanogiovanazzi.euinfo@stefanogiovanazzi.eu
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SUMMARY:Community Archives Pantone 807 U: un manifesto di Maurizio Nannucci
DESCRIPTION:“Community Archives Pantone 807 U”\, in lingua inglese\, è il secondo manifesto che Maurizio Nannucci realizza per ‘Archivi di Comunità’. Stampato su carta usomano in una tiratura di 200 copie\, viene distribuito gratuitamente al pubblico in sala. \n\n\n\n\n\n\n\nMaurizio Nannucci \n\n\n\nNannucci\, Maurizio\, artista (Firenze 1939). Maurizio Nannucci si forma tra Firenze e Berlino e inizia la propria attività dalla metà degli anni Sessanta del Novecento nella poesia concreta e nella musica elettronica\, frequentando lo Studio di fonologia musicale S2FM di Pietro Grossi (1965/1969). Nel 1965 Nannucci realizza i “Dattilogrammi” pubblicati in varie antologie tra cui nel 1967 “Anthology of Concrete Poetry” di Emmett Williams; partecipa quindi alle esposizioni “Poesia concreta indirizzi concreti\, visuali e fonetici”\, organizzata dalla Biennale veneziana presso Ca’ Giustinian nel 1969\, e a “Concrete Poesie?” presso lo Stedelijk Museum di Amsterdam nel 1970. “Alfabetofonetico” inaugura un’antologia di testi a neon ancora in progress\, attuando una traslazione di campo d’intervento artistico dalla pagina bianca allo spazio urbano e architettonico\, indagato nelle sue strutture primarie per creare tensioni dialettiche tra i suoi punti di definizione spaziale (quali il pavimento\, le pareti e il soffitto). Nel 1969 realizza il suo primo neon multiplo\, “box”\, scritto con la propria grafia (costante della sua ricerca) e destinato a una scatola di multipli (“Multibox”) prodotta dalla prima realtà autogestita e non profit di artisti da lui co-fondata nel 1967 a Firenze: il Centro ricerche estetiche F/uno. L’opera è emblematica della sua ricerca\, oltre che per la tecnica\, anche perché indicativa della sua propensione a promuovere esperienze collettive\, centrate su un’etica\, d’ispirazione situazionista\, di partecipazione e di azione marginale rispetto al sistema ufficiale dell’arte\, che lo vede aprire\, sempre a Firenze\, gli spazi autogestiti e non profit Zona (1974/1985) e Base (1998). In una prospettiva rivolta alla creazione di un sistema più agevole per la diffusione delle idee e per un’informazione aggiornata e veloce sulla sperimentazione\, Nannucci cura la pubblicazione della rivista «Mèla» (1976/1981) ed edita multipli\, libri d’artista\, ed ephemera di altri artisti\, fondando con Mario Mariotti e Claudio Parmiggiani nel 1970 Exempla Editions (con cui però già dal 1967 edita i propri multipli e libri)\, e nel 1975 l’etichetta discografica Recorthings. Tale sensibilità verso le realtà editoriali alternative\, politicamente marginali rispetto all’istituzione\, emerge nella mostra da lui curata a Zona nel 1975 “Small Press Scene”\, e si applica alla creazione di un archivio personale composto da migliaia di documenti “concerning any artistic marginal practice from the 1960s up to our days”\, un progetto che è parte integrante della sua attività artistica come un “great collective and personal diary” sull’identità culturale del secondo Novecento. Recentemente la sua ricerca è stata presentata al MAXXI di Roma (Maurizio Nannucci. “Where to start from”\, 2015)\, al Museion di Bolzano e al Museo Marino Marini di Firenze (Maurizio Nannucci. “Top Hundred”\, 2015-2016). \n\n\n\n\n\n\n\nArchivio Arte Contemporanea329 4828149https://www.stefanogiovanazzi.euinfo@stefanogiovanazzi.eu
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SUMMARY:Maria Fratelli: Archivi e comunità
DESCRIPTION:L’apertura della sede del CASVA nel quartiere milanese del QT8 ha comportato\, fin dalla formulazione del progetto museologico\, la consapevolezza che l’archivio sarebbe stato un innesto\, per quanto pertinente\, di una infrastruttura del sapere le cui reti sono tessute a scala urbana\, ma soprattutto nazionale e con una forte vocazione internazionale. La percezione da parte dei cittadini dell’archivio quale istituto portatore di valore sociale non può essere data per scontata\, così come in consolidamento di tale aspettativa non può che derivare da un dialogo attento con le istanze della cittadinanza di prossimità. I molteplici livelli operativi dell’Archivio vanno quindi finalizzati e promossi a partire dalla consapevolezza che tra le sue ragioni primarie vi è quella di essere presidio e fondamento di comunità. \n\n\n\nMaria FratelliDirettrice di Fabbrica del Vapore\, CASVA e Casa della Memoria\, lavora da trent’anni per il Comune di Milano. Laureata nel 1993 in Lettere Moderne all’Università degli Studi di Milano e specializzata nel 1999 in Archeologia e Storia dell’Arte all’Università degli Studi di Siena\, consegue nel 2016\, il Master in Management Pubblico per il Federalismo (Master EMMPF) presso la Graduate School of Business del Politecnico di Milano. Ha curato allestimenti museali\, catalogazioni\, restauri. Ha pubblicato libri e saggi di storia dell’arte\, museologia\, conservazione e creato collane editoriali per i musei di cui è stata responsabile. Ha curato e promosso mostre di arte moderna e contemporanea con una particolare attenzione al rapporto stringente tra archivi\, musei e contemporaneità. È membro di ICOM\, del Comitato scientifico del CESMAR7 e del Comitato tecnico scientifico della Associazione Beni Italiani Patrimonio Mondiale. È direttore della Casa Museo Alfredo Pizzo Greco di Suisio. \n\n\n\n\n\n\n\nArchivio Arte Contemporanea329 4828149https://www.stefanogiovanazzi.euinfo@stefanogiovanazzi.eu
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SUMMARY:Visita guidata a Palazzo Savioli-Antonini-Monte\, ora Fondazione Artieri 1852
DESCRIPTION:Andrea Benoni  ci guiderà alla scoperta di Palazzo Savioli-Antonini-Monte\, oggi proprietà di Fondazione Artieri 1852. Sarà possibile visitare il cortile e alcune stanze del palazzo\, percorrere corridoi e balconi\, vedere ciò che le famiglie Savioli\, Antonini e Monte\, videro nel tempo in cui vissero nel palazzo. Ripercorriamo assieme le vicende storiche del palazzo leggendo questo breve saggio di Giuseppe Costisella\, noto storico e saggista trentino\, autore di numerose e apprezzate monografie dedicate alla storia locale\, all’architettura e alle tradizioni del Trentino. Le sue ricerche si sono concentrate in particolare sugli edifici storici\, le casate nobiliari\, le istituzioni e gli antichi dialetti della regione Trentino-Alto Adige: \n\n\n\n« Le case Savioli e Monte a Rovereto \n\n\n\nNelle strette vie del centro cittadino\, così piene di fascino\, parecchie sono le case che richiamano l’attenzione del passante per i loro pregi architettonici e la grazia delle pietre lavorata che le adornano. Degne di particolare attenzione per la testimonianza che esse danno di lontane vicende e per il ricordo che esse serbano· di antiche famiglie\, sono le due case contigue contrassegnate ora con il n. 1 e 5 di via della terra situate alla destra di chi procede da piazza S. Marco verso la Torre. \n\n\n\nPur differendo oggi totalmente il loro aspetto esteriore\, esse ebbero un origine comune e\, per diversi anni anche un’identica funzione\, da quando Gasparo Savioli comperò dal mercante Oliviero Olivieri il complesso di edifici preesistenti così descritti nell’atto 24 maggio 1564 del notaio Marco Porta: « casa coperta di coppi con apoteca\, stuba\, camere\, volti sotterranei\, cortile\, in contrada della campanella\, confina davanti la via comune\, dietro le mura della terra di Roverè\, dalla parte verso Trento Pietro Saibante e via Consortale\, dall’altra eredi Gaspare Trentini ». \n\n\n\nIl prezzo concordato di ràgnesi 1.350 Gaspare lo pagò parte in danaro e parte in panni di seta denominati « damaschi rasi e ormesini ». Ciò rivela il genere di attività svolta dal compratore. Infatti alla famiglia Savioli\, orginaria da Bardolino\, e che risulta stabilita a Rovereto fino dalla seconda metà del 1400\, viene giustamente attribuito il merito di aver introdotto a Rovereto l’arte della tessitura che a sua volta diede impulso ad altre attività\, in particolare alla tintoria\, e che con il concorso di favorevoli condizioni\, quali la larga disponibilità di acqua per le industrie e la posizione geografica per i commerci\, fece di Rovereto un centro di primo ordine che richiamò da ogni parte ricfhi imprenditori assieme a un gran numero di ottimi operai e di abili artigiani\, i quali concordemente dettero alla società roveretana quel suo peculiare carattere aperto al progresso civile e alla cultura che ebbe nel settecento le sue migliori manifestazioni. \n\n\n\nNel 1562 Gasparo\, assieme ai suoi fratelli Donato e Giovanni\, era stato creato nobile del S.R.I. per i meriti nel campo industriale e l’imperatore Ferdinando I aveva concesso anche quello stemma gentilizio\, che poco dopo\, rimaneggiando la casa appena acquistata per adattarla alla sua attività\, egli aveva collocato in chiave al portone del fabbricato maggiore (via della terra n. 5). Questa casa\, ingentilita dalla presenza di un grazioso poggiolo\, è rimasta pressochè invariata fino a oggi. La casa al civico n. 1 si elevava invece di un sol piano\, mentre al pianterreno di ciascuna lavoravano i telai che producevano incessantemenete i preziosi drappi destinati ai mercanti della Germania. \n\n\n\nInalterato nei secoli è rimasto pure il portico posto fra le due case\, denominato oggi « Scala della Torre » e dal quale si scende in piazza delle Erbe. In passato invece\, quando la « terra di Roverè » era ancora recinta dalle mura venete che dai portici si prolungavano in linea retta fino al bastione del vicolo del Trivio\, il portico era un passaggio consortale che permetteva di raggiungere le case appoggiate alle mura e la parte posteriore di quelle che fronteggiano la chiesa di S. Marco; esso era denominato « pontirola sotto la chiesa di S. Marco » o anche « introlo » o « androna » accompagnato al nome dei vari proprietari delle case Saibanti\, Savioli\, Sbardellati ecc. Le mura venete\, che passavano dove adesso ha inizio la scala da cui si scende in piazza\, costituivano una barriera invalicabile oltre la quale\, proprio dove ora sono state ricavate la piazza delle erbe e la piazza Malfatti\, si estendeva una « cesura » di proprietà del convento dei Carmelitani di S. Maria. \n\n\n\nL’attività industriale\, così ben condotta da Gaspare\, non venne continuata dai suoi due figli: Federico\, dedicatosi al commercio si trasferì a Norimberga\, invece Gian Nicolò\, laureatosi in legge\, esercitò l’avvocatura a Rovereto. L’unico suo figlio maschio\, di nome Gasparo come il nonno\, aggravò di debiti il patrimonio avito e\, morto ancora giovane nel 1647\, lasciò alla moglie Aquilina Eccaro il gravoso impegno di collocare e dotare convenientemente le cinque figlie nate dal loro matrimonio. La vedova riuscì in questo compito\, naturalmente facendo ricorso ad altri debiti. Di quelle figlie due\, Francesca e Diodata\, andarono spose a Rovereto\, la prima con il medico dottor Antonio Folgarait\, l’altra con il nobile Francesco Fontana\, capitano di Castel Penede; Camilla a Riva con il medico dottor Alessandro Salvadori\, Angelina e Elena con due notai di Mantova\, Antonio Tomasi e Francesco Valestra. Aquilina dovette penare parecchio non solo a reperire il danaro ma\, per le figlie sposate a Mantova\, anche a trasferirlo su quella piazza. A quel tempo il danaro\, valutato per il suo contenuto di argento e di oro\, era una merce che talvolta poteva mancare. Trasportarlo poi da un luogo all’altro comportava anche qualche rischio oltre alla spesa. Rovereto doveva importare il grano da Verona e da Mantova e non poteva offrire seta o vino a paesi che a loro volta ne erano produttori. Aquilina per ultimare alle scadenze pattuite secondo gli accordi il pagamento delle doti per le figlie sposate a Mantova\, dovette far ricorso a unespediente per noi inusistato: affidare a un suo mezzadro di Volano due paia di buoi da condurre e vendere in quella città. \n\n\n\nLe successive cure di Aquilina a favore della famiglia erano ora dirette a sanare i molti debiti mediante le vendite degli stabili via via che se ne presentava l’occasione favorevole. Con atto 9 marzo 1678 del notaio Bernardino Benvenuti de’ Chiusole\, la casa oggi contrassegnata con il n. 1 era venduta a don Giovanni Monte\, e così descritta: « casa posta nella piazza di San Marco ossia alla Torre quale confina da una parte Nicolò Andreotti\, davanti la via imperiale\, dietro in parte l’Andreotti e in parte l’andito\, dall’altra parte le sorelle venditrici con la casa grande\, di sotto la caneva spettante alla casa venduta con la caneva fonda la quale resta alle sorelle Savioli ». \n\n\n\nDa quel momento\, per la separazione delle due case\, perde anche ogni interesse quel ramo della famiglia Savioli che sta per estinguersi. La loro vecchia casa passerà poco dopo in proprietà del dott. Folgarait\, genero di Aquilina\, e\, verso la metà del 1700\, del mercante Giuseppe Battisti di Mori; così via via\, fino all’anno 1884 quando passerà in proprietà della Società del Mutuo Soccorso degli Artieri di Rovereto per lascito del filantropo Enrico Antonini\, come è ricordato dalla lapide murata sulla facciata\, proprio al di sopra del vecchio stemma della famiglia Savioli. \n\n\n\nIl compratore della casa n. 1\, con atto 1 aprile 1679 del notaio Pietro Malinverno\, la rivendette a sua volta al fratello Valentino. Il prezzo di ràgnesi 900 venne pagato con danari proveniente dalla dote della moglie Elisabetta dal Rì\, di Mori. Questo è il momento in cui la casa subisce quella radicale trasformazione che la distingue nettamente dalla vecchia casa Savioli della quale aveva costituito fino allora\, la parte meno importante. \n\n\n\nEssa si adorna del bellissimo portale con lo stemma adottato da ‘Valentino Monte e con l’iscrizione: \n\n\n\nSOMMI DEI PRINCIPISQUE TUTUS GRATIA \n\n\n\nLa leggenda\, forse volutamente sibillina\, potrebbe far credere che la casa monte avesse goduto del diritto di asilo\, ma si sa che a Rovereto un simile privilegio spettava soltanto al palazzo eretto nel secolo XVI da Baldessar Trautson in borgo S. Caterina (ora via Garibaldi n. 82). È certo comunque che nessun perseguito dalla giustizia ebbe mai a cercarvi rifugio. La scritta va intesa perciò quale espressione di gratitudine verso la provvidenza per i beni conseguiti\, da parte di un uomo rispettoso delle leggi e degli ordinamenti civili. Il nuovo proprietario supplisce alla ristrettezza dello spazio con l’aggiunta di altri piani e provvede a una pratica sistemazione interna dove la disposizione dei locali e particolari decorazioni di stucchi e di inferriate lavorate concorrono a formare un ambiente che denota uno spiccato amore per il bello\, superiore alle esigenze che poteva allora desiderare una famiglia benestante. \n\n\n\nMa chi era Valentino Monte e quale posizione ebbe nell’ambiente roveretano del suo tempo? Suo padre Antonio qm Zuane Monte era sceso a Rovereto da Cornè di Brentonico agli inizi del 1600\, e per lunghi anni aveva esercitato con successo la mercatura tenendo negozio nella piazza di Rialto. Dei suoi tre figli\, il maggiore a nome Giovanni\, fattosi prete divenne « curato » cioè coadiutore dell’arciprete di Rovereto\, e dal 1676 in poi ottenne anche l’investitura del beneficio missario della chiesa di S. Carlo\, annessa al convento delle Clarisse fondato dalla Beata Giovanna. Egli ammassò un notevole patrimonio di censi e di beni stabili\, che nel 1713\, dopo la sua morte ab intestato\, diede origine a una lunga controversia fra gli eredi. La seconda figlia\, Lucia\, andata sposa al giureconsulto Pace Francesco Ceniga\, che dai fratelli ebbe una dote di 1.500 fiorini ( circa 10-15 milioni di lire odierne) secondo l’istrumento 16 giugno 1675 del notaio Bernardino Benvenuti. In fine Valentino\, il quale come il padre esercitò dapprima con successo la mercatura accrescendo le sue ricchezze\, e che con l’assunzione di impieghi onorifici badava a salire in prestigio nella vita cittadina. Egli tiene per qualche tempo l’amministratore del Ginnasio di Rovereto fondato nel 1675\, e successivamente dirige il servizio postale di Rovereto e di Torbole. Egli aveva ottenuto anche il grado di ufficiale nelle milizie urbane. Nel 1704\, al tempo della guerra di successione spagnola\, rivestito del grado di tenente\, intervenne e riuscì a rimettere in libertà tale Antonio Dossi da Cornè\, detenuto nel castello di Rovereto che era stato tratto in arresto per intese con il nemico durante l’invasione francese dell’anno precedente. Il Monte per conseguire più facilmente lo scopo\, aveva trovato opportuno di « fare un donativo presso persona di rimarco di venti brazza di velluto e anche di danaro » che il suo compaesano Dossi\, appena liberato si impegnò di rifondergli. (Atto 10 febbraio 1704 notaio Gio Francesco Turrini). \n\n\n\nMentre le ambizioni di Valentino raggiungevano valide soddisfazioni in ogni campo\, la massima aspirazione di veder continuata la propria discendenza andava delusa. Dal suo matrimonio infatti egli aveva avuto solo due figlie: Lucia (1678 – 1750) che nel 1705 sposerà Giacomo Cristoforo Hinitz (1665 -1751) e che ebbe discendenza\, e Teresa\, sposatasi nel 1719 col dott. Antonio Chiusole\, che non ebbe figli. \n\n\n\nResta ora da conoscere l’origine dello stemma che orna il portale qella casa Monte. Esso infatti non porvenne a Valentino assieme a un diploma nobiliare\, sebbene egli venisse designato quale nobile in svariati atti notarili. Le sue caratteristiche lo dimostrano concesso da un conte palatino: dignitario che per delega imperiale aveva la facoltà\, oltre che di nominare notai e legittimare figli naturali\, quella di abilitare persone trovate degne secondo la loro condizione\, a poter usare per loro decoro un proprio stemma. Una pioggia di simili onorificenze era scesa in quel tempo sopra un gran numero di famiglie roveretane ad opera di Bartolomeo Pizzini (1644 – 1714) a ciò autorizzato con diploma di Leopoldo I\, del 17 agosto 1770. Il Perini elenca ben 26 conferimenti di stemmi attribuiti con atto notarile dal Pizzini\, fra il 1690 e il 1714\, ad altrettante famiglie. Il Monte però non risulta compreso in questo gruppo. Ma non si può credere che il conte palatino Pizzini sia stato inattivo nel conferimento di stemmi fra il 1670 e il 1690 senza prestare orecchio alle sollecitazioni degli ambiziosi mercanti roveretani. \n\n\n\nPiuttosto è lecito supporre che in quegli anni egli abbia rilasciato direttamente il diploma senza che di esso rimanesse traccia in un rogito notarile\, come avverrà dal 1690 in avanti. Ma anche se non è noto chi glielo abbia conferito\, l’uso dello stemma da parte del Monte deve essere stato del tutto legale. Esso appare anche nel testamento segreto del 14 dicembre 1718 che egli asserisce scritto di suo pugno « corroborato dal mio sigillo nel quale sta impresso nello scudo un agnello con sopra due stelle e sopra lo scudo due lettere maiuscole V e M »; testamento che egli affidò al notaio G. B. Mascotti perchè fosse pubblicato dopo la sua morte. egli aveva fatto ricorso a tale espediente perchè alla figlia Teresa aveva lasciata la sola porzione legittima riservando gli altri tre quarti alla figlia Lucia\, sposata Hinitz. Evidentemente egli doveva essere stato contrario al matrimonio che Teresa stava per contrarre con il dott. Antonio Chiusole e per il quale era stato necessario invocare da Roma la dispensa per consanguinità di terzo grado. Il matrimonio tuttavia ebbe luogo due mesi dopo e venne celebrato nella chiesa della Madonna del Monte\, testimoni il dott. Gio Felice Ceniga e Cristoforo Hinitz\, cugino l’uno\, cognato l’altro della sposa. Ritornato Valentino sulle sue decisioni\, in data 17 marzo 1727 egli dettava allo stesso notaio Mascotti un nuovo testamento nel quale designava eredi in parti eguali le sue due figlie. \n\n\n\nNelle divisioni effettuate successivamente\, la casa passava in proprietà degli Hinitz. Membri di questa famiglia\, originaria dalla Slesia\, avevano ricoperto cariche nella magistratura a Innsbruck dove Giacomo Cristoforo era nato. Nel 1686 egli era venuto a Rovereto quale procuratore della casa di sete Folkamer e Seitel di Norimberga\, e vi aveva subito ottenuto la cittadinanza. Come il suocero suo Valentino Monte\, egli faceva parte della milizia urbana nella quale raggiunse il grado di tenente della compagnia dell’arma bianca. Dal ramo roveretano di questa famiglia uscirono diverse persone ragguardevoli\, fra le quali l’avvocato Cristoforo (1737 – 1790) che\, assieme alla sorella Lucia\, ottenne nel 1765 il diploma di nobile del S.R.I. con il predicato di Gutentall e lo stemma con leone rampante. Alla discrezione di questi due fratelli Hinitz dobbiamo se il magnifico portale della casa abbia conservato il suo aspetto originale con lo stemma del loro bisavolo Valentino Monte.» \n\n\n\n \n\n\n\nFondazione Artieri 1852 \n\n\n\nDal 1852 la Fondazione Artieri custodisce e rinnova una lunga tradizione di solidarietà\, partecipazione e impegno civile. Nata come società di mutuo soccorso\, ha attraversato generazioni e cambiamenti sociali mantenendo vivo il proprio legame con la comunità\, con l’obiettivo di promuovere iniziative culturali\, sociali e di interesse collettivo. La sua storia racconta un patrimonio di valori che continua ancora oggi a orientare le attività della Fondazione. \n\n\n\n\n\n\n\nArchivio Arte Contemporanea329 4828149https://www.stefanogiovanazzi.euinfo@stefanogiovanazzi.eu
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SUMMARY:Andrea Benoni / Stefano Giovanazzi: Archivi di Comunità. Atti di trasformazione di memorie personali in memorie condivise
DESCRIPTION:Presentazione da parte dei curatori della prima edizione di “Archivi di Comunità”: trentadue incontri con artisti\, collezionisti\, curatori\, storici e storici dell’arte\, archivisti\, ventisei Istituzioni invitate\, un’esposizione a Rovereto\, dodici visite guidate ad archivi\, fondazioni e musei\, un logo e un manifesto disegnati dall’artista Maurizio Nannucci. \n\n\n\nRovereto • Trento • Bolzano • Merano • Verona • Altivole23 Giugno – 31 Luglio 2026 \n\n\n\nGli ospiti delle giornate di lavoro programmate per la prima edizione di Archivi di Comunità presenteranno specifici study case dedicati al tema: \n\n\n\natti di trasformazione di memorie personali in memorie condivise \n\n\n\n \n\n\n\nPresentazione \n\n\n\nGli archivi di comunità rappresentano forse l’ultima ‘utopia’\, un patrimonio prezioso\, complesso e allo stesso tempo fragile\, testimonianza del ‘divenire’ di culture\, di identità e differenze\, di generazioni di viventi. Diversamente dai big data occultati nei data center – raccolte di dati personali e collettivi così vaste e complesse da non poter essere elaborate e decodificate con i metodi tradizionali ma solo attraverso algoritmi e intelligenze artificiali\, ad uso e sfruttamento pressoché esclusivamente privati – l’utopia degli archivi di comunità rende disponibile una diversa storia delle idee. \n\n\n\nBiblioteche e archivi sono apparentemente costituiti da raccolte di oggetti materiali\, come documenti a stampa\, libri antichi e moderni\, musica a stampa o manoscritta\, registrazioni sonore o video\, documenti grafici\, disegni\, incisioni\, fotografie\, opere d’arte\, collage\, sculture\, opere digitali\, invenzioni della tecnica\, oggetti da Wunderkammer\, le istrioniche camere delle meraviglie (un vitellino a due teste ospitato nelle sale del Museo Civico di Rovereto sino agli anni ‘70) oppure da materiali minori: inviti\, pieghevoli\, ephemeral appunto. Sempre si costituiscono però attorno a pensieri e riflessioni\, di autori\, editori\, produttori\, divulgatori innanzitutto: ‘oggetti immateriali’\, utopie in senso stretto. Tutti assieme testimoniano la ‘ricchezza’\, ma anche la ‘povertà’\, di un tessuto sociale impermanente nello spazio come nel tempo\, contaminato dalle molteplici influenze della natura e da quelle culturali\, storiche\, artistiche\, scientifiche e tecnologiche. La varietà di documenti e testimonianze giunte sino a noi\, conservati nella forma di genealogie\, manoscritti\, fotografie\, lettere\, mappe\, opere d’arte e oggetti d’uso quotidiano –tattili\, visivi\, olfattivi\, uditivi\, gustativi – consente di intrecciare discipline molto diverse fra loro. Da questa diversità gli ‘archivi di comunità’ ricavano densità e potenzialità incommensurabile. \n\n\n\nValidazione \n\n\n\nL’approccio a una mole sempre più estesa di documenti evidenzia l’urgenza di dover riscrivere il concetto di competenza e validità\, e necessita al tempo stesso di un approccio integrato alla teoria della conoscenza. Le collezioni private\, singolari\, rappresentano il condensarsi di incalcolabili e indefinibili memorie e passioni personali e interpersonali\, materializzazione della ‘Biblioteca di Babele’ di borgesiana memoria\, mentre biblioteche e archivi pubblici svolgono un ruolo di conservazione\, riordino\, e accesso facilitato a documenti in gran parte indicizzati. Le risorse documentarie e testimoniali permettono di ricostruire spesso nel dettaglio e con grande precisione storie personali e collettive che difficilmente in altro modo saremmo in grado di rendere intelleggibili. La complessità della conoscenza contenuta in questi archivi richiede continui ed ulteriori sforzi personali e collettivi\, di verifica delle fonti\, di validazione e attribuzione\, di lettura e interpretazione\, e un lavoro costante di trascrizione\, a volte di traduzione. Applicati con l’attenzione e la cura necessarie\, validazione\, attribuzione\, tutela\, riordino\, studio e valorizzazione\, sono compiti che le future generazioni potranno continuare a condurre anche in contesti che certamente non siamo in grado di prevedere\, ma solo di immaginare. \n\n\n\nComplessità oltre la ritualità \n\n\n\nGli archivi di comunità definiscono i punti di contatto tra discipline e conoscenza\, riflettono la pluralità delle identità\, delle memorie\, delle pratiche singolari che danno forma ai vari corpi sociali. Non sono dunque semplici depositi di documenti\, ma spazi dinamici in cui storia\, sociologia\, antropologia\, archivistica e studi culturali si intrecciano ricomporre il mondo e interpretare le tracce del vivere\, dalle primissime di cui si ha testimonianza alle più recenti\, da quelle essenziali alle più articolate. La loro complessità ed eterogeneità si manifesta in modo evidente quando l’interpretazione per procedere nel suo lavoro di investigazione necessita di integrare metodologie e punti di vista: dall’analisi qualitativa alla gestione statistica\, dal coinvolgimento partecipato di più interlocutori nella valutazione di posizioni critiche e interpretative\, al miglioramento nelle tecniche e pratiche di conservazione e restauro\, spesso adattate alle specifiche esigenze climatiche e ambientali. Inoltre\, chi si occupa degli archivi di comunità deve porsi il problema di come rappresentare la molteplicità delle narrazioni [Data Visualization] e la tutela della memoria singolare e collettiva\, spesso frammentata o soggetta a manipolazione\, a volte a marginalizzazione. Si pensi semplicemente agli innumerevoli oggetti presenti in collezioni e musei provenienti da paesi un tempo soggetti a colonizzazione\, di cui non conosciamo né il paese di origine\, né gli autori che li hanno forgiati\, né le comunità che ne condividevano il valore d’uso e di scambio: ci si trova di fronte a una sorta di ‘storia della tecnica e dell’arte senza nomi né luoghi’\, indotta da vicende politiche\, dalla sopraffazione\, da rapina\, altre volte conseguenza di eccesso di zelo o dal desiderio di conservare e salvaguardare l’oggetto dall’incuria\, dalle ingiurie del tempo e della natura dei viventi. Multistrategia e multidisciplinarietà diventano pratiche sempre più essenziali per tentare di ripristinare un ipotetico grado zero dell’oggetto di pensiero\, nel momento del suo apparire all’orizzonte degli eventi: ritrovare l’oggetto all’origine del suo manifestarsi permette di comprenderne potenza e definizione (bestimmung)\, di riattualizzare quello specifico ‘stato dell’arte’ che lo ha visto nascere ed imporsi. Un processo inverso alla ritualizzazione. Un’ultima osservazione: tutti gli strumenti del sapere possono essere concepiti come strumenti di empowerment sociale e culturale. In un tempo di rapidi cambi di direzione\, gli archivi di comunità si configurano come spazi di resistenza all’omologazione\, di messa in discussione del concetto di identità\, e richiedono forme di sapere e approcci inediti per far convivere storia sociale\, scienza e tecnologia\, pratiche estetiche\, sensibilità\, desiderio e passione\, etica e solidarietà. \n\n\n\nGenealogia e iconologia \n\n\n\nParafrasando Michel Foucault\, possiamo considerare la genealogia come l’arte di scoprire le origini e le storie nascoste dietro le pratiche interpersonali e istituzionali\, rivelando come il presente sia il risultato di processi storici complessi\, spesso insospettati\, in alcuni casi oggetto di sofisticazioni. Le genealogie svolgono un ruolo fondamentale negli archivi di comunità\, perché contribuiscono a rintracciare e documentare linee isomorfe o fratture storiche\, dinamiche naturali e culturali. Attraverso la raccolta e l’analisi di informazioni vagliate attraverso gli strumenti della semiotica\, dell’iconografia\, della genetica\, dell’antropologia e di altre discipline complesse\, gli archivi consentono a volte di rintracciare il dispiegarsi di forme relazionali\, familiari e comunitarie\, di dinamiche stanziali o migratorie\, così come cambiamenti nelle ideologie e nelle traiettorie del pensiero. L’analisi critica delle genealogie permette di riconfigurare\, confermare o smentire\, memorie personali e collettive\, rafforza il senso di delicatezza con cui si deve affrontare una materia così sensibile come la dimensione spazio-temporale delle dinamiche vitali: autonomia e appartenenza\, distanza e continuità tra generazioni. Le genealogie si offrono alla ricerca come un ‘campo’ ancora tutto da indagare: da un punto di vista storico\, antropologico\, sociologico\, demografico\, urbanistico e architettonico\, geografico\, scientifico. Le fonti di una ricerca genealogica siffatta dovranno includere le grandi narrazioni mitiche\, le religioni\, le filosofie\, le teorie linguistiche\, le posizioni teoriche: tutti ‘testi’ giunti sino a noi nella forma di ipotesi\, narrazioni\, saggi\, cataloghi\, registri dei nati e dei morti\, dei matrimoni\, dati statistici provenienti da censimenti\, atti notarili (di proprietà o di vendita)\, leggi e disposizioni\, così come archivi personali o collettivi\, pubblici o privati. Visti con uno sguardo d’insieme\, tutti questi stati del pensiero si presentano per lo più opachi\, il più delle volte aridi\, infruttuosi\, spesso inessenziali\, addirittura inutili\, se non dannosi o devastanti\, terreno fertile per quella ‘banalità del male’ di cui parla Hanna Arendt. Riallineati e riletti\, ricompresi\, possono invece essere fonte per una grammatica generativa in grado di aprire nuovi campi di indagine\, nuove prospettive. Non diversamente\, una riflessione sull’iconologia come genealogia immateriale per immagini\, ci permetterà di oltrepassare ostacoli marcatamente ideologici\, finalistici\, per approssimare gli spazi mentali\, simbolici\, dove pensieri e comportamenti prendono forma. \n\n\n\nRealtà e comportamenti sociali \n\n\n\nPossiamo considerare gli archivi di comunità e gli immensi archivi genealogici vere e proprie ‘zone di scorrimento’ tra immaginario e reale (intese nella declinazione che ne da Jacques Lacan): tappe fondamentali che ci consentono di provare ad attraversare il patrimonio materiale e immateriale di singolarità e di comunità più o meno articolate\, intersecate o sovrapposte. Zone di scorrimento che a volte si presentano inaccessibili per la presenza di barriere e ostacoli reali o metaforici mentre altre volte permettono alla visione di aprirsi a punti di fuga inediti che scoprono orizzonti inaspettati\, vallate e distese che si aprono al nostro sguardo e che inducono di conseguenza ulteriori occasioni di riflessione e interpretazione. Sta a noi\, al nostro agire\, vivere questi paesaggi come campi di battaglia\, teatri di guerra\, zone di conflitto o piuttosto luoghi di transito utopico\, di convivenza\, di crescita materiale e immateriale. Anche la lingua\, come ogni altro processo\, può divenire uno strumento di offesa o espressione di rancore\, oppure essere usata per mediare\, accogliere\, salvaguardare\, o semplicemente per testimoniare riconoscenza. \n\n\n\nConoscenza e partecipazione \n\n\n\nGli archivi e le biblioteche poiché affrontano quotidianamente le questioni legate alla conservazione e alla condivisione della conoscenza svolgono un compito attivo anche nella trasformazione del tessuto sociale: punto nodale\, l’accesso alla cultura\, alle informazioni\, al pensiero nelle sue molteplici forme\, non può considerarsi neutrale\, necessita nel tempo di una trasformazione di ruoli\, e competenze\, di un approccio relazionale e prossematico attivo e stimolante. Iniziative di coinvolgimento comunitario\, eventi e progetti collaborativi\, permettono di innescare un dialogo aperto tra ricercatori e comunità\, cittadini e istituzioni\, rafforzano il sentimento di appartenenza e allo stesso tempo di trasparenza e di partecipazione ad un processo democratico\, di trasformazione delle memorie personali in storia. \n\n\n\nRilevare\, condividere e progettare \n\n\n\nCiascuno intuisce le potenzialità degli archivi privati\, di artisti\, ricercatori\, storici\, scrittori: si tratta di far interagire questa promessa di futuro con un tessuto relazionale più aperto\, diffuso\, e capace di produrre occasioni per una sua ‘messa in forma’. Compito decisivo\, rilevare queste collezioni di pensieri o di oggetti materiali\, e chiedere a ciascuno di partecipare all’ampliamento dei contorni del singolo agire\, di condividere il proprio sapere per progettare assieme scenari ulteriori. \n\n\n\n\n\n\n\nAndrea Benoni \n\n\n\nAndrea Benoni è presidente Fondazione Artieri. Già sindaco di Calliano (TN)\, per molti anni è stato presidente dell’Associazione Artigiani della Vallagarina\, ideatore e animatore di numerose Mostre dell’Artigianato\, di esposizioni ed eventi dedicati storia della liuteria in Trentino. \n\n\n\nStefano Giovanazzi \n\n\n\nDiplomato all’Istituto Magistrale Rovereto (TN) e di seguito all’Istituto Statale d’Arte\, Trento\, frequenta nei primi anni ‘80 l’Accademia di Belle Arti di Venezia\, dove si diploma in Pittura con l’artista Emilio Vedova. Fondatore e curatore di AAC Archivio Arte Contemporanea di Rovereto\, dal 1994 è presidente dell’associazione culturale Numero Civico. In più di trent’anni di attività ha curato centinaia di eventi legati all’arte e al pensiero contemporaneo. Numerose le collaborazioni con artisti\, musicisti e scrittori\, con musei e istituti culturali\, accademie\, con governi e istituzioni governative. Ha lavorato con Mario Airò\, Stefano Arienti\, Vincenzo Cabiati\, Andrea Crociani\, Francesco Dal Bosco\, Eva Marisaldi\, Chiyoko Miura\, Liliana Moro\, Fabio Polvani\, Luca Quartana\, Andrea Rabbiosi\, Federico Tanzi-Mira\, Grazia Toderi\, Marco Vaglieri\, Vedova Mazzei\, Francesco Voltolina; a curato esposizioni con opere di Rita Ackermann\, Richard Ambleton\, John Currin\, Joseph Kosuth\, Sean Landers\, Sherrie Levine\, Raymond Pettibon\, Richard Prince\, Jim Shaw\, Jeffrey Wallace. Ha curato eventi in collaborazione con il Senato della Repubblica Italiana\, Ministero per i Beni e le Attività Culturali\, Canadian Embassy\, Gobierno Vasco-Governo Basco (Spagna)\, Instituto Cervantes di Cultura (Spagna)\, The British Council (Gran Bretagna)\, Ministero della Cultura Francese\, Institut Français (Francia)\, Goethe Institut (Germania). Genealogista\, è responsabile di un esteso archivio genealogico\, “degli Alberi e delle Foglie”\, che raccoglie più di un milione di posizioni genealogiche. \n\n\n\n\n\n\n\nArchivio Arte Contemporanea329 4828149https://www.stefanogiovanazzi.euinfo@stefanogiovanazzi.eu
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SUMMARY:Archivi di Comunità Pantone 811 U: un manifesto di Maurizio Nannucci. Disegnare il futuro: un logo e un manifesto per Archivi di Comunità
DESCRIPTION:Maurizio Nannucci non sarà presente all’evento \n\n\n\n\n\nMaurizio Nannucci è stato invitato ad esercitare lo stile che lo contraddistingue sull’immagine pubblica [brand identity] del progetto solo apparentemente utopico di “Archivi di Comunità”. La proposta visiva che ne è nata innesta Archivi di Comunità sull’idea di ‘mondo’ come luogo di ‘riflessione anomala’ – una linea che specchia ‘diversamente’ – e il programma di eventi proposti come occasioni di messa in prova\, ipotesi di teorie e pratiche del divenire\, di progetti\, promesse e consegne come desideri\, stati d’animo\, forme di pensiero impermanente. Il manifesto Archivi di Comunità Pantone 811 U\, in lingua italiana\, stampato su carta usomano nel formato 680 x 940 mm utilizzando il colore Pantone 811 U\, verrà distribuito gratuitamente al pubblico presente in sala. \n\n\n\n\n\n\n\nZona Archives Zona non profit spazio d’arte \n\n\n\nFirenze 1974/1985. Fondata nel 1974 a Firenze\, Zona rappresenta un esempio unico di spazi d’arte non profit\, gestiti da artisti\, riconosciuti a livello internazionale. Situata nel quartiere storico di San Niccolò\, l’attività di Zona si è intrecciata con i movimenti d’arte sperimentale degli anni ’70 e ’80: arte multimediale\, poesia concreta\, arte concettuale\, performance\, in contrasto con la vita quotidiana del quartiere. In linea con la sua missione – mostrare lavori interdisciplinari a livello internazionale – il programma di Zona cercava un incrocio tra arte visiva sperimentale\, musica\, architettura e poesia. L’obiettivo di superare i confini tradizionali tra le discipline si realizzava attraverso un’organizzazione radicale e anti-accademica\, e confrontando il pubblico con spunti insoliti su sperimentazioni artistiche e esperienze multifacetiche che anticipavano gli sviluppi nelle arti visive. Le attività di Zona comprendevano oltre 250 esposizioni/eventi\, oltre a pubblicazioni ed edizioni di Zona. Nel 1981\, ZonaRadio è diventata online\, trasmettendo musica e suoni nuovi di artisti. “Zona People” formava un collettivo flessibile\, senza programmazione a lungo termine. La flessibilità era importante poiché non c’era supporto finanziario né da sponsor privati né da istituzioni pubbliche. Il programma di Zona era completamente autofinanziato dai membri dello spazio. Zona ha sviluppato una rete internazionale che promuoveva nuovi movimenti artistici e apriva alla possibilità di uno scambio globale tra artisti\, critici d’arte e pubblico. Fondatori: Maurizio Nannucci\, Paolo Masi\, Mario Mariotti\, Giuseppe Chiari\, Massimo Nannucci\, Albert Mayr\, Alberto Moretti\, Gianni Pettena. Organizzazione: Lo spazio d’arte senza scopo di lucro Zona è stato fondato e organizzato da artisti\, musicisti\, poeti e architetti che vivevano e lavoravano a Firenze. Missione: Creare una rete globale di pratiche artistiche interdisciplinari e mostrare l’arte sperimentale internazionale a Firenze. Programma: Movimenti artistici avanguardisti degli anni ’70 e ’80\, cinema e video\, arte concettuale\, Fluxus\, performance\, poesia concreta e sonora\, architettura radicale\, artist’ books e piccole edizioni\, audioworks\, ZonaRadio. \n\n\n\nMaurizio Nannucci \n\n\n\nNannucci\, Maurizio\, artista (Firenze 1939). Maurizio Nannucci si forma tra Firenze e Berlino e inizia la propria attività dalla metà degli anni Sessanta del Novecento nella poesia concreta e nella musica elettronica\, frequentando lo Studio di fonologia musicale S2FM di Pietro Grossi (1965/1969). Nel 1965 Nannucci realizza i “Dattilogrammi” pubblicati in varie antologie tra cui nel 1967 “Anthology of Concrete Poetry” di Emmett Williams; partecipa quindi alle esposizioni “Poesia concreta indirizzi concreti\, visuali e fonetici”\, organizzata dalla Biennale veneziana presso Ca’ Giustinian nel 1969\, e a “Concrete Poesie?” presso lo Stedelijk Museum di Amsterdam nel 1970. “Alfabetofonetico” inaugura un’antologia di testi a neon ancora in progress\, attuando una traslazione di campo d’intervento artistico dalla pagina bianca allo spazio urbano e architettonico\, indagato nelle sue strutture primarie per creare tensioni dialettiche tra i suoi punti di definizione spaziale (quali il pavimento\, le pareti e il soffitto). Nel 1969 realizza il suo primo neon multiplo\, “box”\, scritto con la propria grafia (costante della sua ricerca) e destinato a una scatola di multipli (“Multibox”) prodotta dalla prima realtà autogestita e non profit di artisti da lui co-fondata nel 1967 a Firenze: il Centro ricerche estetiche F/uno. L’opera è emblematica della sua ricerca\, oltre che per la tecnica\, anche perché indicativa della sua propensione a promuovere esperienze collettive\, centrate su un’etica\, d’ispirazione situazionista\, di partecipazione e di azione marginale rispetto al sistema ufficiale dell’arte\, che lo vede aprire\, sempre a Firenze\, gli spazi autogestiti e non profit Zona (1974/1985) e Base (1998). In una prospettiva rivolta alla creazione di un sistema più agevole per la diffusione delle idee e per un’informazione aggiornata e veloce sulla sperimentazione\, Nannucci cura la pubblicazione della rivista «Mèla» (1976/1981) ed edita multipli\, libri d’artista\, ed ephemera di altri artisti\, fondando con Mario Mariotti e Claudio Parmiggiani nel 1970 Exempla Editions (con cui però già dal 1967 edita i propri multipli e libri)\, e nel 1975 l’etichetta discografica Recorthings. Tale sensibilità verso le realtà editoriali alternative\, politicamente marginali rispetto all’istituzione\, emerge nella mostra da lui curata a Zona nel 1975 “Small Press Scene”\, e si applica alla creazione di un archivio personale composto da migliaia di documenti “concerning any artistic marginal practice from the 1960s up to our days”\, un progetto che è parte integrante della sua attività artistica come un “great collective and personal diary” sull’identità culturale del secondo Novecento. Recentemente la sua ricerca è stata presentata al MAXXI di Roma (Maurizio Nannucci. “Where to start from”\, 2015)\, al Museion di Bolzano e al Museo Marino Marini di Firenze (Maurizio Nannucci. “Top Hundred”\, 2015-2016). \n\n\n\n\n\n\n\nArchivio Arte Contemporanea329 4828149https://www.stefanogiovanazzi.euinfo@stefanogiovanazzi.eu
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LOCATION:TSpace\, via Scuole\, 24\, Rovereto\, Trento\, 38068\, Italy
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