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Visita guidata a Palazzo Savioli-Antonini-Monte, ora Fondazione Artieri 1852

23 Giugno ore 18:30 19:30 CEST

Andrea Benoni ci guiderà alla scoperta di Palazzo Savioli-Antonini-Monte, oggi proprietà di Fondazione Artieri 1852. Sarà possibile visitare il cortile e alcune stanze del palazzo, percorrere corridoi e balconi, vedere ciò che le famiglie Savioli, Antonini e Monte, videro nel tempo in cui vissero nel palazzo. Ripercorriamo assieme le vicende storiche del palazzo leggendo questo breve saggio di Giuseppe Costisella, noto storico e saggista trentino, autore di numerose e apprezzate monografie dedicate alla storia locale, all’architettura e alle tradizioni del Trentino. Le sue ricerche si sono concentrate in particolare sugli edifici storici, le casate nobiliari, le istituzioni e gli antichi dialetti della regione Trentino-Alto Adige:

« Le case Savioli e Monte a Rovereto

Nelle strette vie del centro cittadino, così piene di fascino, parecchie sono le case che richiamano l’attenzione del passante per i loro pregi architettonici e la grazia delle pietre lavorata che le adornano. Degne di particolare attenzione per la testimonianza che esse danno di lontane vicende e per il ricordo che esse serbano· di antiche famiglie, sono le due case contigue contrassegnate ora con il n. 1 e 5 di via della terra situate alla destra di chi procede da piazza S. Marco verso la Torre.

Pur differendo oggi totalmente il loro aspetto esteriore, esse ebbero un origine comune e, per diversi anni anche un’identica funzione, da quando Gasparo Savioli comperò dal mercante Oliviero Olivieri il complesso di edifici preesistenti così descritti nell’atto 24 maggio 1564 del notaio Marco Porta: « casa coperta di coppi con apoteca, stuba, camere, volti sotterranei, cortile, in contrada della campanella, confina davanti la via comune, dietro le mura della terra di Roverè, dalla parte verso Trento Pietro Saibante e via Consortale, dall’altra eredi Gaspare Trentini ».

Il prezzo concordato di ràgnesi 1.350 Gaspare lo pagò parte in danaro e parte in panni di seta denominati « damaschi rasi e ormesini ». Ciò rivela il genere di attività svolta dal compratore. Infatti alla famiglia Savioli, orginaria da Bardolino, e che risulta stabilita a Rovereto fino dalla seconda metà del 1400, viene giustamente attribuito il merito di aver introdotto a Rovereto l’arte della tessitura che a sua volta diede impulso ad altre attività, in particolare alla tintoria, e che con il concorso di favorevoli condizioni, quali la larga disponibilità di acqua per le industrie e la posizione geografica per i commerci, fece di Rovereto un centro di primo ordine che richiamò da ogni parte ricfhi imprenditori assieme a un gran numero di ottimi operai e di abili artigiani, i quali concordemente dettero alla società roveretana quel suo peculiare carattere aperto al progresso civile e alla cultura che ebbe nel settecento le sue migliori manifestazioni.

Nel 1562 Gasparo, assieme ai suoi fratelli Donato e Giovanni, era stato creato nobile del S.R.I. per i meriti nel campo industriale e l’imperatore Ferdinando I aveva concesso anche quello stemma gentilizio, che poco dopo, rimaneggiando la casa appena acquistata per adattarla alla sua attività, egli aveva collocato in chiave al portone del fabbricato maggiore (via della terra n. 5). Questa casa, ingentilita dalla presenza di un grazioso poggiolo, è rimasta pressochè invariata fino a oggi. La casa al civico n. 1 si elevava invece di un sol piano, mentre al pianterreno di ciascuna lavoravano i telai che producevano incessantemenete i preziosi drappi destinati ai mercanti della Germania.

Inalterato nei secoli è rimasto pure il portico posto fra le due case, denominato oggi « Scala della Torre » e dal quale si scende in piazza delle Erbe. In passato invece, quando la « terra di Roverè » era ancora recinta dalle mura venete che dai portici si prolungavano in linea retta fino al bastione del vicolo del Trivio, il portico era un passaggio consortale che permetteva di raggiungere le case appoggiate alle mura e la parte posteriore di quelle che fronteggiano la chiesa di S. Marco; esso era denominato « pontirola sotto la chiesa di S. Marco » o anche « introlo » o « androna » accompagnato al nome dei vari proprietari delle case Saibanti, Savioli, Sbardellati ecc. Le mura venete, che passavano dove adesso ha inizio la scala da cui si scende in piazza, costituivano una barriera invalicabile oltre la quale, proprio dove ora sono state ricavate la piazza delle erbe e la piazza Malfatti, si estendeva una « cesura » di proprietà del convento dei Carmelitani di S. Maria.

L’attività industriale, così ben condotta da Gaspare, non venne continuata dai suoi due figli: Federico, dedicatosi al commercio si trasferì a Norimberga, invece Gian Nicolò, laureatosi in legge, esercitò l’avvocatura a Rovereto. L’unico suo figlio maschio, di nome Gasparo come il nonno, aggravò di debiti il patrimonio avito e, morto ancora giovane nel 1647, lasciò alla moglie Aquilina Eccaro il gravoso impegno di collocare e dotare convenientemente le cinque figlie nate dal loro matrimonio. La vedova riuscì in questo compito, naturalmente facendo ricorso ad altri debiti. Di quelle figlie due, Francesca e Diodata, andarono spose a Rovereto, la prima con il medico dottor Antonio Folgarait, l’altra con il nobile Francesco Fontana, capitano di Castel Penede; Camilla a Riva con il medico dottor Alessandro Salvadori, Angelina e Elena con due notai di Mantova, Antonio Tomasi e Francesco Valestra. Aquilina dovette penare parecchio non solo a reperire il danaro ma, per le figlie sposate a Mantova, anche a trasferirlo su quella piazza. A quel tempo il danaro, valutato per il suo contenuto di argento e di oro, era una merce che talvolta poteva mancare. Trasportarlo poi da un luogo all’altro comportava anche qualche rischio oltre alla spesa. Rovereto doveva importare il grano da Verona e da Mantova e non poteva offrire seta o vino a paesi che a loro volta ne erano produttori. Aquilina per ultimare alle scadenze pattuite secondo gli accordi il pagamento delle doti per le figlie sposate a Mantova, dovette far ricorso a unespediente per noi inusistato: affidare a un suo mezzadro di Volano due paia di buoi da condurre e vendere in quella città.

Le successive cure di Aquilina a favore della famiglia erano ora dirette a sanare i molti debiti mediante le vendite degli stabili via via che se ne presentava l’occasione favorevole. Con atto 9 marzo 1678 del notaio Bernardino Benvenuti de’ Chiusole, la casa oggi contrassegnata con il n. 1 era venduta a don Giovanni Monte, e così descritta: « casa posta nella piazza di San Marco ossia alla Torre quale confina da una parte Nicolò Andreotti, davanti la via imperiale, dietro in parte l’Andreotti e in parte l’andito, dall’altra parte le sorelle venditrici con la casa grande, di sotto la caneva spettante alla casa venduta con la caneva fonda la quale resta alle sorelle Savioli ».

Da quel momento, per la separazione delle due case, perde anche ogni interesse quel ramo della famiglia Savioli che sta per estinguersi. La loro vecchia casa passerà poco dopo in proprietà del dott. Folgarait, genero di Aquilina, e, verso la metà del 1700, del mercante Giuseppe Battisti di Mori; così via via, fino all’anno 1884 quando passerà in proprietà della Società del Mutuo Soccorso degli Artieri di Rovereto per lascito del filantropo Enrico Antonini, come è ricordato dalla lapide murata sulla facciata, proprio al di sopra del vecchio stemma della famiglia Savioli.

Il compratore della casa n. 1, con atto 1 aprile 1679 del notaio Pietro Malinverno, la rivendette a sua volta al fratello Valentino. Il prezzo di ràgnesi 900 venne pagato con danari proveniente dalla dote della moglie Elisabetta dal Rì, di Mori. Questo è il momento in cui la casa subisce quella radicale trasformazione che la distingue nettamente dalla vecchia casa Savioli della quale aveva costituito fino allora, la parte meno importante.

Essa si adorna del bellissimo portale con lo stemma adottato da ‘Valentino Monte e con l’iscrizione:

SOMMI DEI PRINCIPISQUE TUTUS GRATIA

La leggenda, forse volutamente sibillina, potrebbe far credere che la casa monte avesse goduto del diritto di asilo, ma si sa che a Rovereto un simile privilegio spettava soltanto al palazzo eretto nel secolo XVI da Baldessar Trautson in borgo S. Caterina (ora via Garibaldi n. 82). È certo comunque che nessun perseguito dalla giustizia ebbe mai a cercarvi rifugio. La scritta va intesa perciò quale espressione di gratitudine verso la provvidenza per i beni conseguiti, da parte di un uomo rispettoso delle leggi e degli ordinamenti civili. Il nuovo proprietario supplisce alla ristrettezza dello spazio con l’aggiunta di altri piani e provvede a una pratica sistemazione interna dove la disposizione dei locali e particolari decorazioni di stucchi e di inferriate lavorate concorrono a formare un ambiente che denota uno spiccato amore per il bello, superiore alle esigenze che poteva allora desiderare una famiglia benestante.

Ma chi era Valentino Monte e quale posizione ebbe nell’ambiente roveretano del suo tempo? Suo padre Antonio qm Zuane Monte era sceso a Rovereto da Cornè di Brentonico agli inizi del 1600, e per lunghi anni aveva esercitato con successo la mercatura tenendo negozio nella piazza di Rialto. Dei suoi tre figli, il maggiore a nome Giovanni, fattosi prete divenne « curato » cioè coadiutore dell’arciprete di Rovereto, e dal 1676 in poi ottenne anche l’investitura del beneficio missario della chiesa di S. Carlo, annessa al convento delle Clarisse fondato dalla Beata Giovanna. Egli ammassò un notevole patrimonio di censi e di beni stabili, che nel 1713, dopo la sua morte ab intestato, diede origine a una lunga controversia fra gli eredi. La seconda figlia, Lucia, andata sposa al giureconsulto Pace Francesco Ceniga, che dai fratelli ebbe una dote di 1.500 fiorini ( circa 10-15 milioni di lire odierne) secondo l’istrumento 16 giugno 1675 del notaio Bernardino Benvenuti. In fine Valentino, il quale come il padre esercitò dapprima con successo la mercatura accrescendo le sue ricchezze, e che con l’assunzione di impieghi onorifici badava a salire in prestigio nella vita cittadina. Egli tiene per qualche tempo l’amministratore del Ginnasio di Rovereto fondato nel 1675, e successivamente dirige il servizio postale di Rovereto e di Torbole. Egli aveva ottenuto anche il grado di ufficiale nelle milizie urbane. Nel 1704, al tempo della guerra di successione spagnola, rivestito del grado di tenente, intervenne e riuscì a rimettere in libertà tale Antonio Dossi da Cornè, detenuto nel castello di Rovereto che era stato tratto in arresto per intese con il nemico durante l’invasione francese dell’anno precedente. Il Monte per conseguire più facilmente lo scopo, aveva trovato opportuno di « fare un donativo presso persona di rimarco di venti brazza di velluto e anche di danaro » che il suo compaesano Dossi, appena liberato si impegnò di rifondergli. (Atto 10 febbraio 1704 notaio Gio Francesco Turrini).

Mentre le ambizioni di Valentino raggiungevano valide soddisfazioni in ogni campo, la massima aspirazione di veder continuata la propria discendenza andava delusa. Dal suo matrimonio infatti egli aveva avuto solo due figlie: Lucia (1678 – 1750) che nel 1705 sposerà Giacomo Cristoforo Hinitz (1665 -1751) e che ebbe discendenza, e Teresa, sposatasi nel 1719 col dott. Antonio Chiusole, che non ebbe figli.

Resta ora da conoscere l’origine dello stemma che orna il portale qella casa Monte. Esso infatti non porvenne a Valentino assieme a un diploma nobiliare, sebbene egli venisse designato quale nobile in svariati atti notarili. Le sue caratteristiche lo dimostrano concesso da un conte palatino: dignitario che per delega imperiale aveva la facoltà, oltre che di nominare notai e legittimare figli naturali, quella di abilitare persone trovate degne secondo la loro condizione, a poter usare per loro decoro un proprio stemma. Una pioggia di simili onorificenze era scesa in quel tempo sopra un gran numero di famiglie roveretane ad opera di Bartolomeo Pizzini (1644 – 1714) a ciò autorizzato con diploma di Leopoldo I, del 17 agosto 1770. Il Perini elenca ben 26 conferimenti di stemmi attribuiti con atto notarile dal Pizzini, fra il 1690 e il 1714, ad altrettante famiglie. Il Monte però non risulta compreso in questo gruppo. Ma non si può credere che il conte palatino Pizzini sia stato inattivo nel conferimento di stemmi fra il 1670 e il 1690 senza prestare orecchio alle sollecitazioni degli ambiziosi mercanti roveretani.

Piuttosto è lecito supporre che in quegli anni egli abbia rilasciato direttamente il diploma senza che di esso rimanesse traccia in un rogito notarile, come avverrà dal 1690 in avanti. Ma anche se non è noto chi glielo abbia conferito, l’uso dello stemma da parte del Monte deve essere stato del tutto legale. Esso appare anche nel testamento segreto del 14 dicembre 1718 che egli asserisce scritto di suo pugno « corroborato dal mio sigillo nel quale sta impresso nello scudo un agnello con sopra due stelle e sopra lo scudo due lettere maiuscole V e M »; testamento che egli affidò al notaio G. B. Mascotti perchè fosse pubblicato dopo la sua morte. egli aveva fatto ricorso a tale espediente perchè alla figlia Teresa aveva lasciata la sola porzione legittima riservando gli altri tre quarti alla figlia Lucia, sposata Hinitz. Evidentemente egli doveva essere stato contrario al matrimonio che Teresa stava per contrarre con il dott. Antonio Chiusole e per il quale era stato necessario invocare da Roma la dispensa per consanguinità di terzo grado. Il matrimonio tuttavia ebbe luogo due mesi dopo e venne celebrato nella chiesa della Madonna del Monte, testimoni il dott. Gio Felice Ceniga e Cristoforo Hinitz, cugino l’uno, cognato l’altro della sposa. Ritornato Valentino sulle sue decisioni, in data 17 marzo 1727 egli dettava allo stesso notaio Mascotti un nuovo testamento nel quale designava eredi in parti eguali le sue due figlie.

Nelle divisioni effettuate successivamente, la casa passava in proprietà degli Hinitz. Membri di questa famiglia, originaria dalla Slesia, avevano ricoperto cariche nella magistratura a Innsbruck dove Giacomo Cristoforo era nato. Nel 1686 egli era venuto a Rovereto quale procuratore della casa di sete Folkamer e Seitel di Norimberga, e vi aveva subito ottenuto la cittadinanza. Come il suocero suo Valentino Monte, egli faceva parte della milizia urbana nella quale raggiunse il grado di tenente della compagnia dell’arma bianca. Dal ramo roveretano di questa famiglia uscirono diverse persone ragguardevoli, fra le quali l’avvocato Cristoforo (1737 – 1790) che, assieme alla sorella Lucia, ottenne nel 1765 il diploma di nobile del S.R.I. con il predicato di Gutentall e lo stemma con leone rampante. Alla discrezione di questi due fratelli Hinitz dobbiamo se il magnifico portale della casa abbia conservato il suo aspetto originale con lo stemma del loro bisavolo Valentino Monte.»

Fondazione Artieri 1852

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