Area Studio, colore, matrice, carta. L’atelier delle stampe, gli artisti e Astrazione Oggettiva: visita guidata alla mostra al Museo della Città

1 Luglio ore 12:00 12:30 CEST

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Andrea Benoni e Stefano Giovanazzi: Ridefinire utopia, rifinire utopie

2 Luglio ore 18:00 18:30 CEST

Da qui, all’infinito

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Visita guidata a Palazzo Savioli-Antonini-Monte, ora Fondazione Artieri 1852

23 Giugno ore 18:30 19:30 CEST

Andrea Benoni ci guiderà alla scoperta di Palazzo Savioli-Antonini-Monte, oggi proprietà di Fondazione Artieri 1852. Sarà possibile visitare il cortile e alcune stanze del palazzo, percorrere corridoi e balconi, vedere ciò che le famiglie Savioli, Antonini e Monte, videro nel tempo in cui vissero nel palazzo. Ripercorriamo assieme le vicende storiche del palazzo leggendo questo breve saggio di Giuseppe Costisella, noto storico e saggista trentino, autore di numerose e apprezzate monografie dedicate alla storia locale, all’architettura e alle tradizioni del Trentino. Le sue ricerche si sono concentrate in particolare sugli edifici storici, le casate nobiliari, le istituzioni e gli antichi dialetti della regione Trentino-Alto Adige:

« Le case Savioli e Monte a Rovereto

Nelle strette vie del centro cittadino, così piene di fascino, parecchie sono le case che richiamano l’attenzione del passante per i loro pregi architettonici e la grazia delle pietre lavorata che le adornano. Degne di particolare attenzione per la testimonianza che esse danno di lontane vicende e per il ricordo che esse serbano· di antiche famiglie, sono le due case contigue contrassegnate ora con il n. 1 e 5 di via della terra situate alla destra di chi procede da piazza S. Marco verso la Torre.

Pur differendo oggi totalmente il loro aspetto esteriore, esse ebbero un origine comune e, per diversi anni anche un’identica funzione, da quando Gasparo Savioli comperò dal mercante Oliviero Olivieri il complesso di edifici preesistenti così descritti nell’atto 24 maggio 1564 del notaio Marco Porta: « casa coperta di coppi con apoteca, stuba, camere, volti sotterranei, cortile, in contrada della campanella, confina davanti la via comune, dietro le mura della terra di Roverè, dalla parte verso Trento Pietro Saibante e via Consortale, dall’altra eredi Gaspare Trentini ».

Il prezzo concordato di ràgnesi 1.350 Gaspare lo pagò parte in danaro e parte in panni di seta denominati « damaschi rasi e ormesini ». Ciò rivela il genere di attività svolta dal compratore. Infatti alla famiglia Savioli, orginaria da Bardolino, e che risulta stabilita a Rovereto fino dalla seconda metà del 1400, viene giustamente attribuito il merito di aver introdotto a Rovereto l’arte della tessitura che a sua volta diede impulso ad altre attività, in particolare alla tintoria, e che con il concorso di favorevoli condizioni, quali la larga disponibilità di acqua per le industrie e la posizione geografica per i commerci, fece di Rovereto un centro di primo ordine che richiamò da ogni parte ricfhi imprenditori assieme a un gran numero di ottimi operai e di abili artigiani, i quali concordemente dettero alla società roveretana quel suo peculiare carattere aperto al progresso civile e alla cultura che ebbe nel settecento le sue migliori manifestazioni.

Nel 1562 Gasparo, assieme ai suoi fratelli Donato e Giovanni, era stato creato nobile del S.R.I. per i meriti nel campo industriale e l’imperatore Ferdinando I aveva concesso anche quello stemma gentilizio, che poco dopo, rimaneggiando la casa appena acquistata per adattarla alla sua attività, egli aveva collocato in chiave al portone del fabbricato maggiore (via della terra n. 5). Questa casa, ingentilita dalla presenza di un grazioso poggiolo, è rimasta pressochè invariata fino a oggi. La casa al civico n. 1 si elevava invece di un sol piano, mentre al pianterreno di ciascuna lavoravano i telai che producevano incessantemenete i preziosi drappi destinati ai mercanti della Germania.

Inalterato nei secoli è rimasto pure il portico posto fra le due case, denominato oggi « Scala della Torre » e dal quale si scende in piazza delle Erbe. In passato invece, quando la « terra di Roverè » era ancora recinta dalle mura venete che dai portici si prolungavano in linea retta fino al bastione del vicolo del Trivio, il portico era un passaggio consortale che permetteva di raggiungere le case appoggiate alle mura e la parte posteriore di quelle che fronteggiano la chiesa di S. Marco; esso era denominato « pontirola sotto la chiesa di S. Marco » o anche « introlo » o « androna » accompagnato al nome dei vari proprietari delle case Saibanti, Savioli, Sbardellati ecc. Le mura venete, che passavano dove adesso ha inizio la scala da cui si scende in piazza, costituivano una barriera invalicabile oltre la quale, proprio dove ora sono state ricavate la piazza delle erbe e la piazza Malfatti, si estendeva una « cesura » di proprietà del convento dei Carmelitani di S. Maria.

L’attività industriale, così ben condotta da Gaspare, non venne continuata dai suoi due figli: Federico, dedicatosi al commercio si trasferì a Norimberga, invece Gian Nicolò, laureatosi in legge, esercitò l’avvocatura a Rovereto. L’unico suo figlio maschio, di nome Gasparo come il nonno, aggravò di debiti il patrimonio avito e, morto ancora giovane nel 1647, lasciò alla moglie Aquilina Eccaro il gravoso impegno di collocare e dotare convenientemente le cinque figlie nate dal loro matrimonio. La vedova riuscì in questo compito, naturalmente facendo ricorso ad altri debiti. Di quelle figlie due, Francesca e Diodata, andarono spose a Rovereto, la prima con il medico dottor Antonio Folgarait, l’altra con il nobile Francesco Fontana, capitano di Castel Penede; Camilla a Riva con il medico dottor Alessandro Salvadori, Angelina e Elena con due notai di Mantova, Antonio Tomasi e Francesco Valestra. Aquilina dovette penare parecchio non solo a reperire il danaro ma, per le figlie sposate a Mantova, anche a trasferirlo su quella piazza. A quel tempo il danaro, valutato per il suo contenuto di argento e di oro, era una merce che talvolta poteva mancare. Trasportarlo poi da un luogo all’altro comportava anche qualche rischio oltre alla spesa. Rovereto doveva importare il grano da Verona e da Mantova e non poteva offrire seta o vino a paesi che a loro volta ne erano produttori. Aquilina per ultimare alle scadenze pattuite secondo gli accordi il pagamento delle doti per le figlie sposate a Mantova, dovette far ricorso a unespediente per noi inusistato: affidare a un suo mezzadro di Volano due paia di buoi da condurre e vendere in quella città.

Le successive cure di Aquilina a favore della famiglia erano ora dirette a sanare i molti debiti mediante le vendite degli stabili via via che se ne presentava l’occasione favorevole. Con atto 9 marzo 1678 del notaio Bernardino Benvenuti de’ Chiusole, la casa oggi contrassegnata con il n. 1 era venduta a don Giovanni Monte, e così descritta: « casa posta nella piazza di San Marco ossia alla Torre quale confina da una parte Nicolò Andreotti, davanti la via imperiale, dietro in parte l’Andreotti e in parte l’andito, dall’altra parte le sorelle venditrici con la casa grande, di sotto la caneva spettante alla casa venduta con la caneva fonda la quale resta alle sorelle Savioli ».

Da quel momento, per la separazione delle due case, perde anche ogni interesse quel ramo della famiglia Savioli che sta per estinguersi. La loro vecchia casa passerà poco dopo in proprietà del dott. Folgarait, genero di Aquilina, e, verso la metà del 1700, del mercante Giuseppe Battisti di Mori; così via via, fino all’anno 1884 quando passerà in proprietà della Società del Mutuo Soccorso degli Artieri di Rovereto per lascito del filantropo Enrico Antonini, come è ricordato dalla lapide murata sulla facciata, proprio al di sopra del vecchio stemma della famiglia Savioli.

Il compratore della casa n. 1, con atto 1 aprile 1679 del notaio Pietro Malinverno, la rivendette a sua volta al fratello Valentino. Il prezzo di ràgnesi 900 venne pagato con danari proveniente dalla dote della moglie Elisabetta dal Rì, di Mori. Questo è il momento in cui la casa subisce quella radicale trasformazione che la distingue nettamente dalla vecchia casa Savioli della quale aveva costituito fino allora, la parte meno importante.

Essa si adorna del bellissimo portale con lo stemma adottato da ‘Valentino Monte e con l’iscrizione:

SOMMI DEI PRINCIPISQUE TUTUS GRATIA

La leggenda, forse volutamente sibillina, potrebbe far credere che la casa monte avesse goduto del diritto di asilo, ma si sa che a Rovereto un simile privilegio spettava soltanto al palazzo eretto nel secolo XVI da Baldessar Trautson in borgo S. Caterina (ora via Garibaldi n. 82). È certo comunque che nessun perseguito dalla giustizia ebbe mai a cercarvi rifugio. La scritta va intesa perciò quale espressione di gratitudine verso la provvidenza per i beni conseguiti, da parte di un uomo rispettoso delle leggi e degli ordinamenti civili. Il nuovo proprietario supplisce alla ristrettezza dello spazio con l’aggiunta di altri piani e provvede a una pratica sistemazione interna dove la disposizione dei locali e particolari decorazioni di stucchi e di inferriate lavorate concorrono a formare un ambiente che denota uno spiccato amore per il bello, superiore alle esigenze che poteva allora desiderare una famiglia benestante.

Ma chi era Valentino Monte e quale posizione ebbe nell’ambiente roveretano del suo tempo? Suo padre Antonio qm Zuane Monte era sceso a Rovereto da Cornè di Brentonico agli inizi del 1600, e per lunghi anni aveva esercitato con successo la mercatura tenendo negozio nella piazza di Rialto. Dei suoi tre figli, il maggiore a nome Giovanni, fattosi prete divenne « curato » cioè coadiutore dell’arciprete di Rovereto, e dal 1676 in poi ottenne anche l’investitura del beneficio missario della chiesa di S. Carlo, annessa al convento delle Clarisse fondato dalla Beata Giovanna. Egli ammassò un notevole patrimonio di censi e di beni stabili, che nel 1713, dopo la sua morte ab intestato, diede origine a una lunga controversia fra gli eredi. La seconda figlia, Lucia, andata sposa al giureconsulto Pace Francesco Ceniga, che dai fratelli ebbe una dote di 1.500 fiorini ( circa 10-15 milioni di lire odierne) secondo l’istrumento 16 giugno 1675 del notaio Bernardino Benvenuti. In fine Valentino, il quale come il padre esercitò dapprima con successo la mercatura accrescendo le sue ricchezze, e che con l’assunzione di impieghi onorifici badava a salire in prestigio nella vita cittadina. Egli tiene per qualche tempo l’amministratore del Ginnasio di Rovereto fondato nel 1675, e successivamente dirige il servizio postale di Rovereto e di Torbole. Egli aveva ottenuto anche il grado di ufficiale nelle milizie urbane. Nel 1704, al tempo della guerra di successione spagnola, rivestito del grado di tenente, intervenne e riuscì a rimettere in libertà tale Antonio Dossi da Cornè, detenuto nel castello di Rovereto che era stato tratto in arresto per intese con il nemico durante l’invasione francese dell’anno precedente. Il Monte per conseguire più facilmente lo scopo, aveva trovato opportuno di « fare un donativo presso persona di rimarco di venti brazza di velluto e anche di danaro » che il suo compaesano Dossi, appena liberato si impegnò di rifondergli. (Atto 10 febbraio 1704 notaio Gio Francesco Turrini).

Mentre le ambizioni di Valentino raggiungevano valide soddisfazioni in ogni campo, la massima aspirazione di veder continuata la propria discendenza andava delusa. Dal suo matrimonio infatti egli aveva avuto solo due figlie: Lucia (1678 – 1750) che nel 1705 sposerà Giacomo Cristoforo Hinitz (1665 -1751) e che ebbe discendenza, e Teresa, sposatasi nel 1719 col dott. Antonio Chiusole, che non ebbe figli.

Resta ora da conoscere l’origine dello stemma che orna il portale qella casa Monte. Esso infatti non porvenne a Valentino assieme a un diploma nobiliare, sebbene egli venisse designato quale nobile in svariati atti notarili. Le sue caratteristiche lo dimostrano concesso da un conte palatino: dignitario che per delega imperiale aveva la facoltà, oltre che di nominare notai e legittimare figli naturali, quella di abilitare persone trovate degne secondo la loro condizione, a poter usare per loro decoro un proprio stemma. Una pioggia di simili onorificenze era scesa in quel tempo sopra un gran numero di famiglie roveretane ad opera di Bartolomeo Pizzini (1644 – 1714) a ciò autorizzato con diploma di Leopoldo I, del 17 agosto 1770. Il Perini elenca ben 26 conferimenti di stemmi attribuiti con atto notarile dal Pizzini, fra il 1690 e il 1714, ad altrettante famiglie. Il Monte però non risulta compreso in questo gruppo. Ma non si può credere che il conte palatino Pizzini sia stato inattivo nel conferimento di stemmi fra il 1670 e il 1690 senza prestare orecchio alle sollecitazioni degli ambiziosi mercanti roveretani.

Piuttosto è lecito supporre che in quegli anni egli abbia rilasciato direttamente il diploma senza che di esso rimanesse traccia in un rogito notarile, come avverrà dal 1690 in avanti. Ma anche se non è noto chi glielo abbia conferito, l’uso dello stemma da parte del Monte deve essere stato del tutto legale. Esso appare anche nel testamento segreto del 14 dicembre 1718 che egli asserisce scritto di suo pugno « corroborato dal mio sigillo nel quale sta impresso nello scudo un agnello con sopra due stelle e sopra lo scudo due lettere maiuscole V e M »; testamento che egli affidò al notaio G. B. Mascotti perchè fosse pubblicato dopo la sua morte. egli aveva fatto ricorso a tale espediente perchè alla figlia Teresa aveva lasciata la sola porzione legittima riservando gli altri tre quarti alla figlia Lucia, sposata Hinitz. Evidentemente egli doveva essere stato contrario al matrimonio che Teresa stava per contrarre con il dott. Antonio Chiusole e per il quale era stato necessario invocare da Roma la dispensa per consanguinità di terzo grado. Il matrimonio tuttavia ebbe luogo due mesi dopo e venne celebrato nella chiesa della Madonna del Monte, testimoni il dott. Gio Felice Ceniga e Cristoforo Hinitz, cugino l’uno, cognato l’altro della sposa. Ritornato Valentino sulle sue decisioni, in data 17 marzo 1727 egli dettava allo stesso notaio Mascotti un nuovo testamento nel quale designava eredi in parti eguali le sue due figlie.

Nelle divisioni effettuate successivamente, la casa passava in proprietà degli Hinitz. Membri di questa famiglia, originaria dalla Slesia, avevano ricoperto cariche nella magistratura a Innsbruck dove Giacomo Cristoforo era nato. Nel 1686 egli era venuto a Rovereto quale procuratore della casa di sete Folkamer e Seitel di Norimberga, e vi aveva subito ottenuto la cittadinanza. Come il suocero suo Valentino Monte, egli faceva parte della milizia urbana nella quale raggiunse il grado di tenente della compagnia dell’arma bianca. Dal ramo roveretano di questa famiglia uscirono diverse persone ragguardevoli, fra le quali l’avvocato Cristoforo (1737 – 1790) che, assieme alla sorella Lucia, ottenne nel 1765 il diploma di nobile del S.R.I. con il predicato di Gutentall e lo stemma con leone rampante. Alla discrezione di questi due fratelli Hinitz dobbiamo se il magnifico portale della casa abbia conservato il suo aspetto originale con lo stemma del loro bisavolo Valentino Monte.»

Fondazione Artieri 1852

Dal 1852 la Fondazione Artieri custodisce e rinnova una lunga tradizione di solidarietà, partecipazione e impegno civile. Nata come società di mutuo soccorso, ha attraversato generazioni e cambiamenti sociali mantenendo vivo il proprio legame con la comunità, con l’obiettivo di promuovere iniziative culturali, sociali e di interesse collettivo. La sua storia racconta un patrimonio di valori che continua ancora oggi a orientare le attività della Fondazione.

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Andrea Benoni / Stefano Giovanazzi: Archivi di Comunità. Atti di trasformazione di memorie personali in memorie condivise

23 Giugno ore 16:00 16:30 CEST

Presentazione da parte dei curatori della prima edizione di “Archivi di Comunità”: trentadue incontri con artisti, collezionisti, curatori, storici e storici dell’arte, archivisti, ventisei Istituzioni invitate, un’esposizione a Rovereto, dodici visite guidate ad archivi, fondazioni e musei, un logo e un manifesto disegnati dall’artista Maurizio Nannucci.

Rovereto • Trento • Bolzano • Merano • Verona • Altivole
23 Giugno – 31 Luglio 2026

Gli ospiti delle giornate di lavoro programmate per la prima edizione di Archivi di Comunità presenteranno specifici study case dedicati al tema:

atti di trasformazione di memorie personali in memorie condivise

Presentazione

Gli archivi di comunità rappresentano forse l’ultima ‘utopia’, un patrimonio prezioso, complesso e allo stesso tempo fragile, testimonianza del ‘divenire’ di culture, di identità e differenze, di generazioni di viventi. Diversamente dai big data occultati nei data center – raccolte di dati personali e collettivi così vaste e complesse da non poter essere elaborate e decodificate con i metodi tradizionali ma solo attraverso algoritmi e intelligenze artificiali, ad uso e sfruttamento pressoché esclusivamente privati – l’utopia degli archivi di comunità rende disponibile una diversa storia delle idee.

Biblioteche e archivi sono apparentemente costituiti da raccolte di oggetti materiali, come documenti a stampa, libri antichi e moderni, musica a stampa o manoscritta, registrazioni sonore o video, documenti grafici, disegni, incisioni, fotografie, opere d’arte, collage, sculture, opere digitali, invenzioni della tecnica, oggetti da Wunderkammer, le istrioniche camere delle meraviglie (un vitellino a due teste ospitato nelle sale del Museo Civico di Rovereto sino agli anni ‘70) oppure da materiali minori: inviti, pieghevoli, ephemeral appunto. Sempre si costituiscono però attorno a pensieri e riflessioni, di autori, editori, produttori, divulgatori innanzitutto: ‘oggetti immateriali’, utopie in senso stretto. Tutti assieme testimoniano la ‘ricchezza’, ma anche la ‘povertà’, di un tessuto sociale impermanente nello spazio come nel tempo, contaminato dalle molteplici influenze della natura e da quelle culturali, storiche, artistiche, scientifiche e tecnologiche. La varietà di documenti e testimonianze giunte sino a noi, conservati nella forma di genealogie, manoscritti, fotografie, lettere, mappe, opere d’arte e oggetti d’uso quotidiano –tattili, visivi, olfattivi, uditivi, gustativi – consente di intrecciare discipline molto diverse fra loro. Da questa diversità gli ‘archivi di comunità’ ricavano densità e potenzialità incommensurabile.

Validazione

L’approccio a una mole sempre più estesa di documenti evidenzia l’urgenza di dover riscrivere il concetto di competenza e validità, e necessita al tempo stesso di un approccio integrato alla teoria della conoscenza. Le collezioni private, singolari, rappresentano il condensarsi di incalcolabili e indefinibili memorie e passioni personali e interpersonali, materializzazione della ‘Biblioteca di Babele’ di borgesiana memoria, mentre biblioteche e archivi pubblici svolgono un ruolo di conservazione, riordino, e accesso facilitato a documenti in gran parte indicizzati. Le risorse documentarie e testimoniali permettono di ricostruire spesso nel dettaglio e con grande precisione storie personali e collettive che difficilmente in altro modo saremmo in grado di rendere intelleggibili. La complessità della conoscenza contenuta in questi archivi richiede continui ed ulteriori sforzi personali e collettivi, di verifica delle fonti, di validazione e attribuzione, di lettura e interpretazione, e un lavoro costante di trascrizione, a volte di traduzione. Applicati con l’attenzione e la cura necessarie, validazione, attribuzione, tutela, riordino, studio e valorizzazione, sono compiti che le future generazioni potranno continuare a condurre anche in contesti che certamente non siamo in grado di prevedere, ma solo di immaginare.

Complessità oltre la ritualità

Gli archivi di comunità definiscono i punti di contatto tra discipline e conoscenza, riflettono la pluralità delle identità, delle memorie, delle pratiche singolari che danno forma ai vari corpi sociali. Non sono dunque semplici depositi di documenti, ma spazi dinamici in cui storia, sociologia, antropologia, archivistica e studi culturali si intrecciano ricomporre il mondo e interpretare le tracce del vivere, dalle primissime di cui si ha testimonianza alle più recenti, da quelle essenziali alle più articolate. La loro complessità ed eterogeneità si manifesta in modo evidente quando l’interpretazione per procedere nel suo lavoro di investigazione necessita di integrare metodologie e punti di vista: dall’analisi qualitativa alla gestione statistica, dal coinvolgimento partecipato di più interlocutori nella valutazione di posizioni critiche e interpretative, al miglioramento nelle tecniche e pratiche di conservazione e restauro, spesso adattate alle specifiche esigenze climatiche e ambientali. Inoltre, chi si occupa degli archivi di comunità deve porsi il problema di come rappresentare la molteplicità delle narrazioni [Data Visualization] e la tutela della memoria singolare e collettiva, spesso frammentata o soggetta a manipolazione, a volte a marginalizzazione. Si pensi semplicemente agli innumerevoli oggetti presenti in collezioni e musei provenienti da paesi un tempo soggetti a colonizzazione, di cui non conosciamo né il paese di origine, né gli autori che li hanno forgiati, né le comunità che ne condividevano il valore d’uso e di scambio: ci si trova di fronte a una sorta di ‘storia della tecnica e dell’arte senza nomi né luoghi’, indotta da vicende politiche, dalla sopraffazione, da rapina, altre volte conseguenza di eccesso di zelo o dal desiderio di conservare e salvaguardare l’oggetto dall’incuria, dalle ingiurie del tempo e della natura dei viventi. Multistrategia e multidisciplinarietà diventano pratiche sempre più essenziali per tentare di ripristinare un ipotetico grado zero dell’oggetto di pensiero, nel momento del suo apparire all’orizzonte degli eventi: ritrovare l’oggetto all’origine del suo manifestarsi permette di comprenderne potenza e definizione (bestimmung), di riattualizzare quello specifico ‘stato dell’arte’ che lo ha visto nascere ed imporsi. Un processo inverso alla ritualizzazione. Un’ultima osservazione: tutti gli strumenti del sapere possono essere concepiti come strumenti di empowerment sociale e culturale. In un tempo di rapidi cambi di direzione, gli archivi di comunità si configurano come spazi di resistenza all’omologazione, di messa in discussione del concetto di identità, e richiedono forme di sapere e approcci inediti per far convivere storia sociale, scienza e tecnologia, pratiche estetiche, sensibilità, desiderio e passione, etica e solidarietà.

Genealogia e iconologia

Parafrasando Michel Foucault, possiamo considerare la genealogia come l’arte di scoprire le origini e le storie nascoste dietro le pratiche interpersonali e istituzionali, rivelando come il presente sia il risultato di processi storici complessi, spesso insospettati, in alcuni casi oggetto di sofisticazioni. Le genealogie svolgono un ruolo fondamentale negli archivi di comunità, perché contribuiscono a rintracciare e documentare linee isomorfe o fratture storiche, dinamiche naturali e culturali. Attraverso la raccolta e l’analisi di informazioni vagliate attraverso gli strumenti della semiotica, dell’iconografia, della genetica, dell’antropologia e di altre discipline complesse, gli archivi consentono a volte di rintracciare il dispiegarsi di forme relazionali, familiari e comunitarie, di dinamiche stanziali o migratorie, così come cambiamenti nelle ideologie e nelle traiettorie del pensiero. L’analisi critica delle genealogie permette di riconfigurare, confermare o smentire, memorie personali e collettive, rafforza il senso di delicatezza con cui si deve affrontare una materia così sensibile come la dimensione spazio-temporale delle dinamiche vitali: autonomia e appartenenza, distanza e continuità tra generazioni. Le genealogie si offrono alla ricerca come un ‘campo’ ancora tutto da indagare: da un punto di vista storico, antropologico, sociologico, demografico, urbanistico e architettonico, geografico, scientifico. Le fonti di una ricerca genealogica siffatta dovranno includere le grandi narrazioni mitiche, le religioni, le filosofie, le teorie linguistiche, le posizioni teoriche: tutti ‘testi’ giunti sino a noi nella forma di ipotesi, narrazioni, saggi, cataloghi, registri dei nati e dei morti, dei matrimoni, dati statistici provenienti da censimenti, atti notarili (di proprietà o di vendita), leggi e disposizioni, così come archivi personali o collettivi, pubblici o privati. Visti con uno sguardo d’insieme, tutti questi stati del pensiero si presentano per lo più opachi, il più delle volte aridi, infruttuosi, spesso inessenziali, addirittura inutili, se non dannosi o devastanti, terreno fertile per quella ‘banalità del male’ di cui parla Hanna Arendt. Riallineati e riletti, ricompresi, possono invece essere fonte per una grammatica generativa in grado di aprire nuovi campi di indagine, nuove prospettive. Non diversamente, una riflessione sull’iconologia come genealogia immateriale per immagini, ci permetterà di oltrepassare ostacoli marcatamente ideologici, finalistici, per approssimare gli spazi mentali, simbolici, dove pensieri e comportamenti prendono forma.

Realtà e comportamenti sociali

Possiamo considerare gli archivi di comunità e gli immensi archivi genealogici vere e proprie ‘zone di scorrimento’ tra immaginario e reale (intese nella declinazione che ne da Jacques Lacan): tappe fondamentali che ci consentono di provare ad attraversare il patrimonio materiale e immateriale di singolarità e di comunità più o meno articolate, intersecate o sovrapposte. Zone di scorrimento che a volte si presentano inaccessibili per la presenza di barriere e ostacoli reali o metaforici mentre altre volte permettono alla visione di aprirsi a punti di fuga inediti che scoprono orizzonti inaspettati, vallate e distese che si aprono al nostro sguardo e che inducono di conseguenza ulteriori occasioni di riflessione e interpretazione. Sta a noi, al nostro agire, vivere questi paesaggi come campi di battaglia, teatri di guerra, zone di conflitto o piuttosto luoghi di transito utopico, di convivenza, di crescita materiale e immateriale. Anche la lingua, come ogni altro processo, può divenire uno strumento di offesa o espressione di rancore, oppure essere usata per mediare, accogliere, salvaguardare, o semplicemente per testimoniare riconoscenza.

Conoscenza e partecipazione

Gli archivi e le biblioteche poiché affrontano quotidianamente le questioni legate alla conservazione e alla condivisione della conoscenza svolgono un compito attivo anche nella trasformazione del tessuto sociale: punto nodale, l’accesso alla cultura, alle informazioni, al pensiero nelle sue molteplici forme, non può considerarsi neutrale, necessita nel tempo di una trasformazione di ruoli, e competenze, di un approccio relazionale e prossematico attivo e stimolante. Iniziative di coinvolgimento comunitario, eventi e progetti collaborativi, permettono di innescare un dialogo aperto tra ricercatori e comunità, cittadini e istituzioni, rafforzano il sentimento di appartenenza e allo stesso tempo di trasparenza e di partecipazione ad un processo democratico, di trasformazione delle memorie personali in storia.

Rilevare, condividere e progettare

Ciascuno intuisce le potenzialità degli archivi privati, di artisti, ricercatori, storici, scrittori: si tratta di far interagire questa promessa di futuro con un tessuto relazionale più aperto, diffuso, e capace di produrre occasioni per una sua ‘messa in forma’. Compito decisivo, rilevare queste collezioni di pensieri o di oggetti materiali, e chiedere a ciascuno di partecipare all’ampliamento dei contorni del singolo agire, di condividere il proprio sapere per progettare assieme scenari ulteriori.


Andrea Benoni

Andrea Benoni è presidente Fondazione Artieri. Già sindaco di Calliano (TN), per molti anni è stato presidente dell’Associazione Artigiani della Vallagarina, ideatore e animatore di numerose Mostre dell’Artigianato, di esposizioni ed eventi dedicati storia della liuteria in Trentino.

Stefano Giovanazzi

Diplomato all’Istituto Magistrale Rovereto (TN) e di seguito all’Istituto Statale d’Arte, Trento, frequenta nei primi anni ‘80 l’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove si diploma in Pittura con l’artista Emilio Vedova. Fondatore e curatore di AAC Archivio Arte Contemporanea di Rovereto, dal 1994 è presidente dell’associazione culturale Numero Civico. In più di trent’anni di attività ha curato centinaia di eventi legati all’arte e al pensiero contemporaneo. Numerose le collaborazioni con artisti, musicisti e scrittori, con musei e istituti culturali, accademie, con governi e istituzioni governative. Ha lavorato con Mario Airò, Stefano Arienti, Vincenzo Cabiati, Andrea Crociani, Francesco Dal Bosco, Eva Marisaldi, Chiyoko Miura, Liliana Moro, Fabio Polvani, Luca Quartana, Andrea Rabbiosi, Federico Tanzi-Mira, Grazia Toderi, Marco Vaglieri, Vedova Mazzei, Francesco Voltolina; a curato esposizioni con opere di Rita Ackermann, Richard Ambleton, John Currin, Joseph Kosuth, Sean Landers, Sherrie Levine, Raymond Pettibon, Richard Prince, Jim Shaw, Jeffrey Wallace. Ha curato eventi in collaborazione con il Senato della Repubblica Italiana, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Canadian Embassy, Gobierno Vasco-Governo Basco (Spagna), Instituto Cervantes di Cultura (Spagna), The British Council (Gran Bretagna), Ministero della Cultura Francese, Institut Français (Francia), Goethe Institut (Germania). Genealogista, è responsabile di un esteso archivio genealogico, “degli Alberi e delle Foglie”, che raccoglie più di un milione di posizioni genealogiche.

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Alessandro Armani: Memoriale Brion. Un capolavoro di Carlo Scarpa in un camposanto di paese

4 Luglio ore 11:00 12:00 CEST

Immerso nella campagna trevigiana, un capolavoro dell’architettura del Novecento: un luogo di silenzio, pace e armonia in cui culture e religioni diverse si fondono in un’esperienza memorabile. Il Memoriale Brion, donato al FAI da Ennio e Donatella Brion, fu commissionato nel 1969 dalla loro madre Onorina Brion Tomasin, in memoria del marito defunto, Giuseppe Brion, nato a San Vito di Altivole, fondatore e proprietario della Brionvega, azienda di punta nella produzione di apparecchi elettronici di design del secondo Dopoguerra. Ultima opera di Carlo Scarpa, tra le sue più complesse, originali, significative e care, fu realizzato tra 1970 e 1978, anno della morte dell’architetto in Giappone, e ultimato sui suoi progetti: un patrimonio di 1500 disegni autografi che rappresentano il monumento in ogni minimo dettaglio.

Il complesso funerario monumentale si trova immerso nella campagna trevigiana, sullo sfondo delle colline di Asolo, ai margini del paese di San Vito d’Altivole e a ridosso del suo piccolo camposanto, da cui vi si accede attraverso un monumentale ingresso, detto propilei, caratterizzato da una scenografica apertura a forma di due cerchi intrecciati, simbolo dell’amore coniugale su cui si fonda l’intero progetto. All’interno si estende un’area di 2200 mq, rialzati rispetto al piano di campagna e cinti da un muro inclinato, per consentire la vista del paesaggio circostante. Tra prati appena punteggiati di verde e solcati da canali con vasche coperte di ninfee, disegnati in geometriche forme che rievocano paradisi islamici e giardini giapponesi, sorgono quattro edifici. Il fulcro del complesso è il cosiddetto arcosolio, un arco-ponte ribassato in cemento rivestito all’interno da un manto rilucente di tessere di vetro con retrostante foglia d’oro, che protegge i sarcofagi dei due coniugi Giuseppe e Onorina Brion, simbolicamente inclinati, come eternamente protesi l’uno verso l’altra. Da un lato dello spazio sorge isolato sull’acqua un padiglione dedicato alla meditazione, appositamente collocato in vista dell’arcosolio; dall’altro lato si trovano la cosiddetta tomba dei parenti e la cappella o tempietto per le cerimonie funebri, accessibile anche dall’esterno del cimitero, circondata dall’acqua e da un giardino di cipressi. In uno spazio defilato e discreto, al confine tra il memoriale privato e il cimitero pubblico, si trova, infine, la tomba dello stesso Carlo Scarpa, che qui volle essere sepolto, e che oggi ospita anche le spoglie di sua moglie Nini Lazzari, realizzata dal loro figlio Tobia (con Fabio Lombardo), anch’egli architetto. 

Il Memoriale Brion è un cimitero di famiglia, cui il genio di Carlo Scarpa, che qui si esprime con libertà di mezzi e linguaggi in uno straordinario virtuosismo, sintesi e apice della sua cultura ed esperienza e della sua sensibilità e visione, ha dato la forma e l’atmosfera di un grande giardino aperto a tutti, luogo di silenzio, pace e armonia, pervaso da un profondo senso del sacro, in cui si fondono, attraverso le architetture dense di simboli sofisticati e riferimenti nascosti, culture e religioni diverse, per invitare chiunque la visiti a una riflessione universale sulla vita e sulla morte, un’esperienza memorabile, unica e coinvolgente.

Alessandro Armani

Nato a Rovereto, laureato in scienze dei beni culturali, dal 2018 lavora per il FAI – Fondo per l’Ambiente Italiano inizialmente come direttore del Castello di Avio, Avio, Trentino-Alto Adige. Dal 2025 è responsabile Beni Nord Est della Fondazione. Responsabile Gestione Operativa FAI – Memoriale Brion, Altivole, Veneto, opera matura di Carlo Scarpa, e responsabile di Villa dei Vescovi, Torreglia, Veneto.

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Roberto Antolini: Avere «stanza e mensa» in Palazzo Pizzini a metà Settecento: Giuseppe Felice Matteo Givanni, prete/intellettuale razionalista, e poeta dialettale cantore dell’età della seta roveretana

2 Luglio ore 12:00 12:30 CEST

Giuseppe Felice Givanni è un prete razionalista del Settecento roveretano. È anche un poeta, che nelle sue novelle in versi dialettali (quasi tutte ancora inedite) racconta – in modo scherzoso e metaforico – la vita e soprattutto i conflitti dell’età della seta roveretana. Verso metà Settecento è cappellano della famiglia Pizzini, e precettore dei figli del barone Gian Giulio Pizzini (Gian Giacomo ed Orazio, che diventeranno importanti personaggi del loro tempo). Durante la vista pastorale del vescovo alla chiesa di San Marco del 1750, Givanni spiega di avere – per questi suoi servizi – «stanza e mensa» nel Palazzo Pizzini.

Roberto Antolini, bibliografia sul personaggio

–          Origine familiare e condizione sociale del sacerdote roveretano Giuseppe Felice Matteo Givanni, poeta dialettale (1722-1787). IN: Studi Trentini. Storia, A.92, 2013, n.2, p. 391-438

–          La Musa sgrovia di Giuseppe Felice Givanni. IN: Atti della Accademia roveretana degli Agiati, 264 (2014) = ser.IX, vol. IV, A, fasc.1, p. 7-28

–          El Prior el magneva giust dei fonghi: la Novela Dodese (1752) di Giuseppe Felice Givanni. IN: Il Furore dei libri, A.VI, marzo/giugno 2015, p.15-33

–          Tracce “cimbre” nel Settecento roveretano. IN: Studi Trentini. Storia, A.96, 2017, n.2, p. 243-251

–          Una famiglia nella storia del Borgo San Tommaso: i Givanni. IN: Verso il Brennero. Pergine, PubblistampaEdizioni, 2018, p.43-53

–          Givanni, l’Accademico roveretano che scriveva in dialetto [podcast del 2026], IN Regiostoria, Ep.3 di Lo splendente Settecento roveretano, all’indirizzo internet:   https://regiostoria.it/ep-3-givanni-laccademico-roveretano-che-scriveva-in-dialetto/

Roberto Antolini

Roberto Antolini, laureato in filosofia, bibliotecario ed archivista è nato a Trento nel 1950. Oltre a ‘Verso il Brennero’ ha pubblicato il romanzo Ivan il terrorista (Robin edizioni, 2009), e curato il volume ‘Libri esplosivi, taglienti e luminosi: avanguardie artistiche e libro fra futurismo e libro d’artista’ (Nicolodi, 2005).

Allegati

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Michelangelo Lupo: Il restauro del piano nobile di Palazzo Pizzini. Visita guidata

2 Luglio ore 11:00 12:00 CEST

Michelangelo Lupo e Amedeo Chizzola ci accompagneranno in questa anteprima alle stanze recentemente restaurate del piano nobile di Palazzo Pizzini a Rovereto, “il più bel palazzo rococò di area trentina”: il salone centrale, le decorazioni e gli stucchi che si rincorrono lungo pareti e soffitto, il grande dipinto centrale, la sala degli specchi che affaccia su piazza del Grano. Amedeo Chizzola, proprietario degli spazi del piano nobile aperti al pubblico in occasione di Archivi di Comunità, ha fortemente ha voluto il recupero di questo importante ‘giacimento’ culturale.

Michelangelo Lupo

Michelangelo Lupo, nato a Torino nel 1948, compie studi classici e si laurea in architettura presso il Politecnico di Torino nel 1972. Tra il 1972 e il 1974 compie studi di paleografia e diplomatica presso l’Archivio di Stato di Torino e si specializza in Storia dell’Arte presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Padova nel 1975. Funzionario della Provincia Autonoma di Trento e responsabile per la tutela dei beni storici e artistici (1975-1983), è direttore del laboratorio di restauro della Provincia di Trento (1977-1983) e direttore del Museo Provinciale d’Arte di Trento (1979-1983). Tra il 1983 e il 1998 è consulente della casa d’aste Christie’s, sede di Roma. Dal 1984 ha studio di progettazione architettonica a Trento e a Roma e svolge attività di restauro, oltre che in Italia, in Egitto, Libia e Giordania. È autore di numerosi progetti di allestimenti museali e di mostre di carattere storico-artistico. È inoltre autore di numerosissime pubblicazioni di carattere storico-artistico relative soprattutto all’architettura e alle arti decorative nel periodo tra il XV e il XVIII secolo.

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