Andrea Benoni / Stefano Giovanazzi: Archivi di Comunità. Atti di trasformazione di memorie personali in memorie condivise

23 Giugno ore 16:00 16:30 CEST

Presentazione da parte dei curatori della prima edizione di “Archivi di Comunità”: trentadue incontri con artisti, collezionisti, curatori, storici e storici dell’arte, archivisti, ventisei Istituzioni invitate, un’esposizione a Rovereto, dodici visite guidate ad archivi, fondazioni e musei, un logo e un manifesto disegnati dall’artista Maurizio Nannucci.

Rovereto • Trento • Bolzano • Merano • Verona • Altivole
23 Giugno – 31 Luglio 2026

Gli ospiti delle giornate di lavoro programmate per la prima edizione di Archivi di Comunità presenteranno specifici study case dedicati al tema:

atti di trasformazione di memorie personali in memorie condivise

Presentazione

Gli archivi di comunità rappresentano forse l’ultima ‘utopia’, un patrimonio prezioso, complesso e allo stesso tempo fragile, testimonianza del ‘divenire’ di culture, di identità e differenze, di generazioni di viventi. Diversamente dai big data occultati nei data center – raccolte di dati personali e collettivi così vaste e complesse da non poter essere elaborate e decodificate con i metodi tradizionali ma solo attraverso algoritmi e intelligenze artificiali, ad uso e sfruttamento pressoché esclusivamente privati – l’utopia degli archivi di comunità rende disponibile una diversa storia delle idee.

Biblioteche e archivi sono apparentemente costituiti da raccolte di oggetti materiali, come documenti a stampa, libri antichi e moderni, musica a stampa o manoscritta, registrazioni sonore o video, documenti grafici, disegni, incisioni, fotografie, opere d’arte, collage, sculture, opere digitali, invenzioni della tecnica, oggetti da Wunderkammer, le istrioniche camere delle meraviglie (un vitellino a due teste ospitato nelle sale del Museo Civico di Rovereto sino agli anni ‘70) oppure da materiali minori: inviti, pieghevoli, ephemeral appunto. Sempre si costituiscono però attorno a pensieri e riflessioni, di autori, editori, produttori, divulgatori innanzitutto: ‘oggetti immateriali’, utopie in senso stretto. Tutti assieme testimoniano la ‘ricchezza’, ma anche la ‘povertà’, di un tessuto sociale impermanente nello spazio come nel tempo, contaminato dalle molteplici influenze della natura e da quelle culturali, storiche, artistiche, scientifiche e tecnologiche. La varietà di documenti e testimonianze giunte sino a noi, conservati nella forma di genealogie, manoscritti, fotografie, lettere, mappe, opere d’arte e oggetti d’uso quotidiano –tattili, visivi, olfattivi, uditivi, gustativi – consente di intrecciare discipline molto diverse fra loro. Da questa diversità gli ‘archivi di comunità’ ricavano densità e potenzialità incommensurabile.

Validazione

L’approccio a una mole sempre più estesa di documenti evidenzia l’urgenza di dover riscrivere il concetto di competenza e validità, e necessita al tempo stesso di un approccio integrato alla teoria della conoscenza. Le collezioni private, singolari, rappresentano il condensarsi di incalcolabili e indefinibili memorie e passioni personali e interpersonali, materializzazione della ‘Biblioteca di Babele’ di borgesiana memoria, mentre biblioteche e archivi pubblici svolgono un ruolo di conservazione, riordino, e accesso facilitato a documenti in gran parte indicizzati. Le risorse documentarie e testimoniali permettono di ricostruire spesso nel dettaglio e con grande precisione storie personali e collettive che difficilmente in altro modo saremmo in grado di rendere intelleggibili. La complessità della conoscenza contenuta in questi archivi richiede continui ed ulteriori sforzi personali e collettivi, di verifica delle fonti, di validazione e attribuzione, di lettura e interpretazione, e un lavoro costante di trascrizione, a volte di traduzione. Applicati con l’attenzione e la cura necessarie, validazione, attribuzione, tutela, riordino, studio e valorizzazione, sono compiti che le future generazioni potranno continuare a condurre anche in contesti che certamente non siamo in grado di prevedere, ma solo di immaginare.

Complessità oltre la ritualità

Gli archivi di comunità definiscono i punti di contatto tra discipline e conoscenza, riflettono la pluralità delle identità, delle memorie, delle pratiche singolari che danno forma ai vari corpi sociali. Non sono dunque semplici depositi di documenti, ma spazi dinamici in cui storia, sociologia, antropologia, archivistica e studi culturali si intrecciano ricomporre il mondo e interpretare le tracce del vivere, dalle primissime di cui si ha testimonianza alle più recenti, da quelle essenziali alle più articolate. La loro complessità ed eterogeneità si manifesta in modo evidente quando l’interpretazione per procedere nel suo lavoro di investigazione necessita di integrare metodologie e punti di vista: dall’analisi qualitativa alla gestione statistica, dal coinvolgimento partecipato di più interlocutori nella valutazione di posizioni critiche e interpretative, al miglioramento nelle tecniche e pratiche di conservazione e restauro, spesso adattate alle specifiche esigenze climatiche e ambientali. Inoltre, chi si occupa degli archivi di comunità deve porsi il problema di come rappresentare la molteplicità delle narrazioni [Data Visualization] e la tutela della memoria singolare e collettiva, spesso frammentata o soggetta a manipolazione, a volte a marginalizzazione. Si pensi semplicemente agli innumerevoli oggetti presenti in collezioni e musei provenienti da paesi un tempo soggetti a colonizzazione, di cui non conosciamo né il paese di origine, né gli autori che li hanno forgiati, né le comunità che ne condividevano il valore d’uso e di scambio: ci si trova di fronte a una sorta di ‘storia della tecnica e dell’arte senza nomi né luoghi’, indotta da vicende politiche, dalla sopraffazione, da rapina, altre volte conseguenza di eccesso di zelo o dal desiderio di conservare e salvaguardare l’oggetto dall’incuria, dalle ingiurie del tempo e della natura dei viventi. Multistrategia e multidisciplinarietà diventano pratiche sempre più essenziali per tentare di ripristinare un ipotetico grado zero dell’oggetto di pensiero, nel momento del suo apparire all’orizzonte degli eventi: ritrovare l’oggetto all’origine del suo manifestarsi permette di comprenderne potenza e definizione (bestimmung), di riattualizzare quello specifico ‘stato dell’arte’ che lo ha visto nascere ed imporsi. Un processo inverso alla ritualizzazione. Un’ultima osservazione: tutti gli strumenti del sapere possono essere concepiti come strumenti di empowerment sociale e culturale. In un tempo di rapidi cambi di direzione, gli archivi di comunità si configurano come spazi di resistenza all’omologazione, di messa in discussione del concetto di identità, e richiedono forme di sapere e approcci inediti per far convivere storia sociale, scienza e tecnologia, pratiche estetiche, sensibilità, desiderio e passione, etica e solidarietà.

Genealogia e iconologia

Parafrasando Michel Foucault, possiamo considerare la genealogia come l’arte di scoprire le origini e le storie nascoste dietro le pratiche interpersonali e istituzionali, rivelando come il presente sia il risultato di processi storici complessi, spesso insospettati, in alcuni casi oggetto di sofisticazioni. Le genealogie svolgono un ruolo fondamentale negli archivi di comunità, perché contribuiscono a rintracciare e documentare linee isomorfe o fratture storiche, dinamiche naturali e culturali. Attraverso la raccolta e l’analisi di informazioni vagliate attraverso gli strumenti della semiotica, dell’iconografia, della genetica, dell’antropologia e di altre discipline complesse, gli archivi consentono a volte di rintracciare il dispiegarsi di forme relazionali, familiari e comunitarie, di dinamiche stanziali o migratorie, così come cambiamenti nelle ideologie e nelle traiettorie del pensiero. L’analisi critica delle genealogie permette di riconfigurare, confermare o smentire, memorie personali e collettive, rafforza il senso di delicatezza con cui si deve affrontare una materia così sensibile come la dimensione spazio-temporale delle dinamiche vitali: autonomia e appartenenza, distanza e continuità tra generazioni. Le genealogie si offrono alla ricerca come un ‘campo’ ancora tutto da indagare: da un punto di vista storico, antropologico, sociologico, demografico, urbanistico e architettonico, geografico, scientifico. Le fonti di una ricerca genealogica siffatta dovranno includere le grandi narrazioni mitiche, le religioni, le filosofie, le teorie linguistiche, le posizioni teoriche: tutti ‘testi’ giunti sino a noi nella forma di ipotesi, narrazioni, saggi, cataloghi, registri dei nati e dei morti, dei matrimoni, dati statistici provenienti da censimenti, atti notarili (di proprietà o di vendita), leggi e disposizioni, così come archivi personali o collettivi, pubblici o privati. Visti con uno sguardo d’insieme, tutti questi stati del pensiero si presentano per lo più opachi, il più delle volte aridi, infruttuosi, spesso inessenziali, addirittura inutili, se non dannosi o devastanti, terreno fertile per quella ‘banalità del male’ di cui parla Hanna Arendt. Riallineati e riletti, ricompresi, possono invece essere fonte per una grammatica generativa in grado di aprire nuovi campi di indagine, nuove prospettive. Non diversamente, una riflessione sull’iconologia come genealogia immateriale per immagini, ci permetterà di oltrepassare ostacoli marcatamente ideologici, finalistici, per approssimare gli spazi mentali, simbolici, dove pensieri e comportamenti prendono forma.

Realtà e comportamenti sociali

Possiamo considerare gli archivi di comunità e gli immensi archivi genealogici vere e proprie ‘zone di scorrimento’ tra immaginario e reale (intese nella declinazione che ne da Jacques Lacan): tappe fondamentali che ci consentono di provare ad attraversare il patrimonio materiale e immateriale di singolarità e di comunità più o meno articolate, intersecate o sovrapposte. Zone di scorrimento che a volte si presentano inaccessibili per la presenza di barriere e ostacoli reali o metaforici mentre altre volte permettono alla visione di aprirsi a punti di fuga inediti che scoprono orizzonti inaspettati, vallate e distese che si aprono al nostro sguardo e che inducono di conseguenza ulteriori occasioni di riflessione e interpretazione. Sta a noi, al nostro agire, vivere questi paesaggi come campi di battaglia, teatri di guerra, zone di conflitto o piuttosto luoghi di transito utopico, di convivenza, di crescita materiale e immateriale. Anche la lingua, come ogni altro processo, può divenire uno strumento di offesa o espressione di rancore, oppure essere usata per mediare, accogliere, salvaguardare, o semplicemente per testimoniare riconoscenza.

Conoscenza e partecipazione

Gli archivi e le biblioteche poiché affrontano quotidianamente le questioni legate alla conservazione e alla condivisione della conoscenza svolgono un compito attivo anche nella trasformazione del tessuto sociale: punto nodale, l’accesso alla cultura, alle informazioni, al pensiero nelle sue molteplici forme, non può considerarsi neutrale, necessita nel tempo di una trasformazione di ruoli, e competenze, di un approccio relazionale e prossematico attivo e stimolante. Iniziative di coinvolgimento comunitario, eventi e progetti collaborativi, permettono di innescare un dialogo aperto tra ricercatori e comunità, cittadini e istituzioni, rafforzano il sentimento di appartenenza e allo stesso tempo di trasparenza e di partecipazione ad un processo democratico, di trasformazione delle memorie personali in storia.

Rilevare, condividere e progettare

Ciascuno intuisce le potenzialità degli archivi privati, di artisti, ricercatori, storici, scrittori: si tratta di far interagire questa promessa di futuro con un tessuto relazionale più aperto, diffuso, e capace di produrre occasioni per una sua ‘messa in forma’. Compito decisivo, rilevare queste collezioni di pensieri o di oggetti materiali, e chiedere a ciascuno di partecipare all’ampliamento dei contorni del singolo agire, di condividere il proprio sapere per progettare assieme scenari ulteriori.


Andrea Benoni

Andrea Benoni è presidente Fondazione Artieri. Già sindaco di Calliano (TN), per molti anni è stato presidente dell’Associazione Artigiani della Vallagarina, ideatore e animatore di numerose Mostre dell’Artigianato, di esposizioni ed eventi dedicati storia della liuteria in Trentino.

Stefano Giovanazzi

Diplomato all’Istituto Magistrale Rovereto (TN) e di seguito all’Istituto Statale d’Arte, Trento, frequenta nei primi anni ‘80 l’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove si diploma in Pittura con l’artista Emilio Vedova. Fondatore e curatore di AAC Archivio Arte Contemporanea di Rovereto, dal 1994 è presidente dell’associazione culturale Numero Civico. In più di trent’anni di attività ha curato centinaia di eventi legati all’arte e al pensiero contemporaneo. Numerose le collaborazioni con artisti, musicisti e scrittori, con musei e istituti culturali, accademie, con governi e istituzioni governative. Ha lavorato con Mario Airò, Stefano Arienti, Vincenzo Cabiati, Andrea Crociani, Francesco Dal Bosco, Eva Marisaldi, Chiyoko Miura, Liliana Moro, Fabio Polvani, Luca Quartana, Andrea Rabbiosi, Federico Tanzi-Mira, Grazia Toderi, Marco Vaglieri, Vedova Mazzei, Francesco Voltolina; a curato esposizioni con opere di Rita Ackermann, Richard Ambleton, John Currin, Joseph Kosuth, Sean Landers, Sherrie Levine, Raymond Pettibon, Richard Prince, Jim Shaw, Jeffrey Wallace. Ha curato eventi in collaborazione con il Senato della Repubblica Italiana, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Canadian Embassy, Gobierno Vasco-Governo Basco (Spagna), Instituto Cervantes di Cultura (Spagna), The British Council (Gran Bretagna), Ministero della Cultura Francese, Institut Français (Francia), Goethe Institut (Germania). Genealogista, è responsabile di un esteso archivio genealogico, “degli Alberi e delle Foglie”, che raccoglie più di un milione di posizioni genealogiche.

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Gino Gianuizzi: No Neon No Cry

2 Luglio ore 16:00 17:00 CEST

“Nel 1981, Neon si presentava sulla scena artistica bolognese senza un programma predeterminato, proponendosi come laboratorio di idee, a disposizione di artisti e curatori che volessero confrontarsi e sviluppare nuovi percorsi. La storia di Neon a Bologna: concepito come conseguenza del Settantasette, “spazio di utopia nato quando le utopie rivoluzionarie si scioglievano”, Neon nasceva dall’intuizione di Gino Gianuizzi, prendendo forma come esperienza originale e anticonformista.

In trent’anni di attività, operativo fino al 2011, lo spazio bolognese – condotto in via Solferino da Gianuizzi insieme a Francesca Alinovi, prima, e Roberto Daolio, poi – ha raccolto e favorito lo sviluppo di esperienze artistiche e sperimentazioni. Nel 2022 il MAMbo gli ha dedicato una mostra, da cui nel 2023 è nato il volume NO, NEON, NO CRY.

testo di Livia Montagnoli, che ringraziamo, pubblicato in https://www.artribune.com/

Gino Gianuizzi
Nel 1981 è tra i fondatori di neon, uno fra i primi spazi indipendenti in Italia. L’attività di neon ha attraversato tre decenni della vita culturale non soltanto della città di Bologna, ma dell’intero territorio regionale e del territorio nazionale. L’associazione culturale neon è una struttura indipendente che supporta e promuove la ricerca artistica contemporanea, con attenzione particolare al lavoro delle generazioni emergenti. Nasce nel 1981 a Bologna come artist’s space e a partire dal 1988 si definisce quale spazio espositivo, qualificandosi negli anni come piattaforma di sperimentazione autonoma in cui interagiscono artisti, critici e curatori; sviluppando in tal modo la capacità di generare un circuito di informazione rivolto al pubblico specializzato ma anche a un pubblico che non fa direttamente riferimento al sistema dell’arte. neon non è una galleria d’arte, non ha costituito una scuderia di artisti permanente: a volte è semplicemente un luogo di passaggio, stimolante e utile da inserire in curriculum; più spesso si può parlare di attraversamenti, e in questi casi i tempi si fanno più lunghi, ci si trova bene insieme, si scambiano anche idee e si costruiscono progetti; in alcuni casi, quando la simpatia è più forte, neon diventa uno spazio di condivisione. Dopo l’esperienza dell’Enfatismo e la collaborazione con Francesca Alinovi, a partire dal 1988 neon assume il carattere di spazio espositivo e dedica la propria attenzione alla promozione delle nuove generazioni di artisti, privilegiando la ricerca libera da condizionamenti di mercato. In questa fase neon promuove gli esordi di Maurizio Vetrugno, Maurizio Cattelan, Luca Vitone, Eva Marisaldi, Cesare Viel, Francesco Bernardi, Tommaso Tozzi, Alessandro Pessoli, Cuoghi Corsello, Marco Samoré, Alberto Zanazzo, Emilio Fantin, Giancarlo Norese, Mala, Formento e Sossella, Patrizia Giambi, M+M, Alessandra Tesi, Maurizio Bolognini, Italo Zuffi, Maurizio Mercuri, Dörte Meyer, Marcello Maloberti, Silvia Cini, Francesco Gennari, Massimo Uberti, Sergia Avveduti.

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